INDICE GENERALE
INDICE DEI CAPITOLI DELLA REGOLA (in ordine progressivo)
INDICE GENERALE (di questo commentario)
INTRODUZIONE GENERALE
1. L'autore
2. Il libro
3. Struttura e divisione
4. Fonti della Regola
5. Relazione con la Regula Magistri
6. Lingua e stile della Regola
7. Modello sapienziale
8. L'uso della Bibbia nella Regola
9. Manoscritti della Regola
10. Edizioni della Regola
11. Commenti alla Regola
Appendice: le Congregazioni Benedettine
COMMENTO AL TESTO
CAP. 73 - Non tutte le norme della perf.sono contenute in questa Reg.
CAP. 1 - Delle varie specie dei monaci
CAP. 2 - Quale debba essere l'abate
CAP. 64 - L'elezione dell'abate
CAP. 3 - La convocazione dei fratelli a consiglio
SEZIONE ASCETICA (capitoli 4-7 e 68)
CAP. 4 - Quali sono gli strumenti delle buone opere
CAP. 68 - Se a un fratello vengono comandate cose impossibili
CAP. 6 - L'amore al silenzio
OPUS DEI (capitoli 8-20; 47; 50; 52)
CAP. 8 - L'Ufficio divino nella notte
CAP. 9 - Quanti salmi debbano dirsi nell'Ufficio notturno
CAP. 10 - Come debba celebrarsi l'Ufficio notturno in estate
CAP. 11 - Come si debba svolgere l'Ufficio notturno nelle domeniche
CAP. 14 - Come debba celebrarsi l'Uff. nott. nelle feste dei Santi
CAP. 12 - Come si celebra l'Ufficio delle Lodi
CAP. 13 - Come si celebrano le Lodi nei giorni feriali
CAP. 15 - In quali tempi debba dirsi l'Alleluia
CAP. 16 - Quali siano i divini Uffici durante il giorno
CAP. 17 - Quanti salmi debbano dirsi in queste Ore
CAP. 18 - Con quale ordine debbano dirsi i salmi
CAP. 19 - Atteggiamento durante l'Ufficio
CAP. 20 - La riverenza nella preghiera
CAP. 47 - Il segnale per l'Ufficio divino
CAP. 50 - I frat. che lavorano lontano dall'orat. o sono in viaggio
CAP. 52 - L'oratorio del monastero
Excursus sulla preghiera monastica e nota bibliografica (Opus Dei)
I COLLABORATORI DELL'ABATE (capitoli 21; 31; 65)
CAP. 21 - I decani del monastero
CAP. 31 - Quale debba essere il cellerario del monastero
CAP. 65 - Il Priore del monastero
IL DORMITORIO E IL SILENZIO NOTTURNO (capitoli 22; 42)
CAP. 22 - Come debbano dormire i monaci
CAP. 42 - Che dopo compieta nessuno parli
CODICE PENITENZIALE (capitoli 23-30; 43-46)
CAP. 23 - La scomunica per le colpe
CAP. 24 - Quale debba essere il grado della scomunica
CAP. 25 - Le colpe piu` gravi
CAP. 26 - Quelli che senza autorizzaz. trattano con gli scomunicati
CAP. 27 - Come l'abate debba essere premuroso verso gli scomunicati
CAP. 28 - Quelli che, puniti piu` volte non vogliono correggersi
CAP. 29 - Se i frat. usciti dal monast. debbano essere riaccettati
CAP. 30 - Come debbano punirsi i fanciulli di minore eta`
CAP. 43 - Quelli che giungono tardi all'Ufficio divino o alla mensa
CAP. 44 - Come debbono fare la soddisfazione gli scomunicati
CAP. 45 - Quelli che sbagliano nell'oratorio
CAP. 46 - Quelli che sbagliano in una qualsiasi altra cosa
BENI MATERIALI e POVERTA` INDIVIDUALE (capitoli 32-34; 54-55; 57)
CAP. 32 - Gli arnesi e gli oggetti del monastero
CAP. 33 - Se i monaci debbano avere qualcosa di proprio
CAP. 34 - Se tutti debbano ricevere il necessario in misura uguale
CAP. 54 - Se il monaco possa ricevere lettere o altre cose
CAP. 55 - Vesti e calzature dei fratelli
CAP. 57 - Gli artigiani del monastero
ALIMENTAZIONE DEI MONACI (capitoli 35-41)
CAP. 35 - I settimanari di cucina
CAP. 36 - I fratelli infermi
CAP. 37 - I vecchi e i fanciulli
CAP. 38 - Il lettore di settimana
CAP. 39 - La misura del cibo
CAP. 40 - La misura del bere
CAP. 41 - In quali ore i fratelli debbono prendere cibo
LA GIORNATA IN MONASTERO (capitoli 48-49)
CAP. 48 - Il lavoro manuale giornaliero
CAP. 49 - L'osservanza della quaresima
RELAZIONI CON L'ESTERNO (capitoli 66-67; 51; 53; 56)
CAP. 66 - I portinai del monastero
CAP. 67 - I fratelli mandati in viaggio
CAP. 51 - I fratelli che vanno fuori non molto lontano
CAP. 53 - Come debbono essere accolti gli ospiti
CAP. 56 - La mensa dell'abate
AGGREGAZIONE AL MONASTERO e FORMAZIONE (capitoli 58-61+62)
CAP. 58 - Procedura per l'ammissione dei fratelli
CAP. 59 - I figli dei ricchi o dei poveri che vengono offerti
CAP. 60 - I sacerdoti che volessero eventualmente entrare in monast
CAP. 61 - Come debbano accogliersi i monaci pellegrini
CAP. 62 - I sacerdoti del monastero
RELAZIONI FRATERNE (capitoli 63; 69-72)
CAP. 63 - L'ordine della comunita`
CAP. 69 - In monastero nessuno ardisca difendere un altro
CAP. 70 - Nessuno osi arbitrariamente percuotere un altro
CAP. 71 - Che i fratelli si obbediscano a vicenda
CAP. 72 - Lo zelo buono che i monaci debbono avere
APPENDICE GENERALE: Valori fondamentali della Regola
EXCURSUS su L'ABATE DELLA RB (Appendice ai cc.2.3.64 della RB). Vedi:
L.SENA, La figura dell'abate nella RB e problemi attuali. Applicazione ai superiori delle comunita` silvestrine. In: "Inter Fratres" 35 (1985) 1-29.
EXCURSUS sulla LECTIO DIVINA (I.Appendice al c.48 - numeraz. propria)
EXCURSUS sul LAVORO MONASTICO (II.Appendice al c.48 - numeraz. propria)
INDICE DEI CAPITOLI DELLA REGOLA
(in ordine progressivo)
Prologo
CAP. 1 - Delle varie specie dei monaci
CAP. 2 - Quale debba essere l'abate
CAP. 3 - La convocazione dei fratelli a consiglio
CAP. 4 - Quali sono gli strumenti delle buone opere
CAP. 5 - L'obbedienza
CAP. 6 - L'amore al silenzio
CAP. 7 - L'umilta`
CAP. 8 - L'Ufficio divino nella notte
CAP. 9 - Quanti salmi debbano dirsi nell'Ufficio notturno
CAP. 10 - Come debba celebrarsi l'Ufficio notturno in estate
CAP. 11 - Come si debba svolgere l'Ufficio notturno nelle domeniche
CAP. 12 - Come si celebra l'Ufficio delle Lodi
CAP. 13 - Come si celebrano le Lodi nei giorni feriali
CAP. 14 - Come debba celebrarsi l'Uff. nott. nelle feste dei Santi
CAP. 15 - In quali tempi debba dirsi l'Alleluia
CAP. 16 - Quali siano i divini Uffici durante il giorno
CAP. 17 - Quanti salmi debbano dirsi in queste Ore
CAP. 18 - Con quale ordine debbano dirsi i salmi
CAP. 19 - Atteggiamento durante l'Ufficio
CAP. 20 - La riverenza nella preghiera
CAP. 21 - I decani del monastero
CAP. 22 - Come debbano dormire i monaci
CAP. 23 - La scomunica per le colpe
CAP. 24 - Quale debba essere il grado della scomunica
CAP. 25 - Le colpe piu` gravi
CAP. 26 - Quelli che senza autorizzaz. trattano con gli scomunicati
CAP. 27 - Come l'abate debba essere premuroso verso gli scomunicati
CAP. 28 - Quelli che, puniti piu` volte non vogliono correggersi
CAP. 29 - Se i frat. usciti dal monast. debbano essere riaccettati
CAP. 30 - Come debbano punirsi i fanciulli di minore eta`
CAP. 31 - Quale debba essere il cellerario del monastero
CAP. 32 - Gli arnesi e gli oggetti del monastero
CAP. 33 - Se i monaci debbano avere qualcosa di proprio
CAP. 34 - Se tutti debbano ricevere il necessario in misura uguale
CAP. 35 - I settimanari di cucina
CAP. 36 - I fratelli infermi
CAP. 37 - I vecchi e i fanciulli
CAP. 38 - Il lettore di settimana
CAP. 39 - La misura del cibo
CAP. 40 - La misura del bere
CAP. 41 - In quali ore i fratelli debbono prendere cibo
CAP. 42 - Che dopo compieta nessuno parli
CAP. 43 - Quelli che giungono tardi all'Ufficio divino o alla mensa
CAP. 44 - Come debbono fare la soddisfazione gli scomunicati
CAP. 45 - Quelli che sbagliano nell'oratorio
CAP. 46 - Quelli che sbagliano in una qualsiasi altra cosa
CAP. 47 - Il segnale per l'Ufficio divino
CAP. 48 - Il lavoro manuale giornaliero
CAP. 49 - L'osservanza della quaresima
CAP. 50 - I frat. che lavorano lontano dall'orat. o sono in viaggio
CAP. 51 - I fratelli che vanno fuori non molto lontano
CAP. 52 - L'oratorio del monastero
CAP. 53 - Come debbono essere accolti gli ospiti
CAP. 54 - Se il monaco possa ricevere lettere o altre cose
CAP. 55 - Vesti e calzature dei fratelli
CAP. 56 - La mensa dell'abate
CAP. 57 - Gli artigiani del monastero
CAP. 58 - Procedura per l'ammissione dei fratelli
CAP. 59 - I figli dei ricchi o dei poveri che vengono offerti
CAP. 60 - I sacerdoti che volessero eventualmente entrare in monast.
CAP. 61 - Come debbano accogliersi i monaci pellegrini
CAP. 62 - I sacerdoti del monastero
CAP. 63 - L'ordine della comunita`
CAP. 64 - L'elezione dell'abate
CAP. 65 - Il Priore del monastero
CAP. 66 - I portinai del monastero
CAP. 67 - I fratelli mandati in viaggio
CAP. 68 - Se a un fratello vengono comandate cose impossibili
CAP. 69 - In monastero nessuno ardisca difendere un altro
CAP. 70 - Nessuno osi arbitrariamente percuotere un altro
CAP. 71 - Che i fratelli si obbediscano a vicenda
CAP. 72 - Lo zelo buono che i monaci debbono avere
CAP. 73 - Non tutte le norme della perf. sono contenute in questa Reg. 43
Testi usati per la compilazione di questi appunti (affinche' non si creda che sia "farina del mio sacco"!):
BOGGERO, M.B. Appunti sulla Regola di S.Benedetto, pro man., Fabriano 1979.
COLOMBAS, G.M. La Regla de San Benito, Madrid, 1979.
DE VOGUE', A. La Regle de Saint Benoit, voll.7, Paris 1972-77.
LENTINI, A. S.Benedetto. La Regola, 2ed., Montecassino 1980.
WATHEN, A. Introduzione allo studio della Regula S.Benedicti, pro man., Roma 1977-78.
... e altre "scopiazzature" qua e la' su altri testi. Sopratutto ho seguito lo schema di COLOMBAS, prendendo molto anche dal suo testo.
D.Lorenzo Sena, OSB.Silv.
Fabriano, Monastero S.Silvestro, Ottobre 1980
INTRODUZIONE GENERALE
1. L'AUTORE
Benedetto nacque a Norcia verso il 480. Mandato a studiare a Roma, a 20 anni circa, verso il 500, fuggi' la corruzione e la miseria del mondo e si rifugio' dapprima in un piccolo borgo, Affile, a 50 km da Roma, ove pensava di vivere con altre pie persone in forma ascetica. Cerca poi la solitudine nella valle dell'Aniene, sui monti Simbruini, desiderando di piacere solo a Dio.
Inizia cosi' in una grotta l'esperienza eremitica nella sua forma piu' pura, tra incredibili asperita' e penitenze per vari anni: lotta contro il demonio, lotta con se stesso, preghiera, macerazioni. Cosi' egli pensa di vivere per sempre.
Ma il Signore ha altri disegni: molti, attirati dalla sua santita', vogliono mettersi sotto la sua guida, e allora l'anacoreta inizia la sua esperienza di cenobita e di padre di monaci. Costruisce a Subiaco o meglio nella valle sublacense 12 piccoli monasteri, con dodici monaci ciascuno, retti ognuno da un proprio capo, ma tutti dipendenti da Benedetto stesso.
Nel corso degli anni si matura nel santo un altro ideale di organizazione e di vita cenobitica. Verso il 529 si reca a Montecassino, dove fonda il grandioso monastero. Qui, nella piena maturita' degli anni e del pensiero, egli scrive la Regola con una organizzazione che consenta a tutti di vivere e lavorare nel recinto della clausura, con una costituzione che poggi sulla stabilita' dei monaci. Dalla Regola, che e' il reflesso fedele della sua vita - come dice S.Gregorio Magno - appare che l'autore:
- e' un innamorato di Cristo, Signore e Re, e insieme di Cristo sofferente e paziente, obbediente al Padre;
- e' convinto che nella vita quotidiana in seno alla comunita' si puo' trovare Dio, oggetto della sua ricerca, poiche' nella comunita' stessa si realizza il mistero pasquale di Cristo morto e risorto.
Benedetto muore a Montecassino nel 547(?) o qualche anno dopo.
Cf.Agiografia di Benedetto nello studio approfondito del Libro II dei Dialoghi di S.Gregorio Magno.
2. IL LIBRO
Come detto sopra, S.Benedetto scrisse la Regola a Montecassino in un periodo databile dal 530 al 550. Non la scrisse tutta di getto, ma a poco a poco, rivedendola varie volte, aggiungendo o togliendo con sapienza varie cose (vedi piu' sotto: 3. Divisione e struttura della Regola). E' certo che e' stata una gestazione lenta, opera di un uomo pratico e spirituale, frutto delle sue convinzioni profonde, delle sue letture, della sua esperienza di monaco e di abate, docile alla voce dello Spirito che parla alla Chiesa (cf.RB.Prol. 11).
Benedetto scrive con un suo disegno preciso: un testo chiaro e fisso che non solo intende impedire il disordine di falsi monaci (sarabaiti e girovaghi), ma vuol dare ai cenobiti un corpo di dottrina ascetica sobrio e insieme abbastanza completo, un equilibrato ordinamento liturgico per l'Opus Dei e un codice di norme per tutta l'organizzazione del cenobio. La Regola e insieme un testo legislativo e spirituale.
Certo, Benedetto non vuole essere un innovatore riguardo ai principi ascetici e mistici: venera e segue tutta la tradizione monastica precedente (lo dice espressamente nel cap.73). Ma da tutta la materia disseminata nei vari testi delle regole anteriori a lui, nella vita dei Padri, negli scritti spirituali di Cassiano,
egli intende trarre un nuovo testo che sintetizza, ordina e perfeziona gli elementi precedenti.
L'originalita' della Regola appare se si considera lo spirito di cui l'autore la anima: "la Regola si impose ben presto su quelle preesistenti per la sua intrinseca validita'", dicono i Vescovi italiani nel loro Messaggio per il XV Centenario di S.Benedetto. Emerge in essa - che Bossuet definisce "dotta e misteriosa sintesi del Vangelo" - il primato di Dio mediante la ricerca di Lui e l'adesione a Lui solo. Il punto qualificante della spiritualita' della Regola e' il cristocentrismo: Cristo posto al di sopra di tutto e nel mare di tutte le realta': "Non anteporre nulla all'amore di Cristo" (RB 4,21); e tutto nel monastero va visto come segno della sua presenza. E' veramente la vita del cristiano che non conosce altro se non Gesu' Cristo (cf.1Cor 2,2) e in lui il senso della vita e della storia e racchiuso come in un unico raggio di sole.
Si spiega cosi' il posto centrale che Benedetto assegna alla liturgia, chiama "Opera di Dio" - Opus Dei. "Nulla preporre all'Opera di Dio" (RB 43,3) e "Nulla preporre all'amore di Cristo" (RB 4,21) sono due espressioni di una unica convinzione: la liturgia infatti e' lo spazio privilegiato dell'incontro con Cristo, percio' il santo pone al centro e al culmine della giornata monastica il momento della lode divina che ritma il fluire del tempo.
Notiamo poi nella Regola la profonda umanita' fatta di equilibrio e discrezione. Benedetto ha la caratteristica di saper vedere l'essenziale, il veramente stabile e duraturo, mentre e' indulgente per le cose accessorie; considera l'uomo non solo quale dovrebbe essere, ma anche quale realmente e'. Per cui vuole che le norme si adattino a persone, condizioni e circostanze, e rimette ogni disposizione concreta al giudizio dell'abate. E' la "discrezione" fatta espressamente notare da S.Gregorio Magno: "mirabile per la discrezione" - "discretione praecipuam" (Dial.II,36). Benedetto vuole che ai fratelli malati o gracili si dia un lavoro piu' leggero (Rb 48,24); che quando c'e' un lavoro particolramente faticoso l'abate puo' aumentare la razione del cibo (RB 39,6) e anche del vino (RB 40,5); raccomanda all'abate la massima sollecitudine verso i fratelli erranti (RB 27), verso i malati (RB 36); lascia all'abate molta liberta' per quanto riguarda il cibo, la bevanda, i vestiti; vuole che ai fratelli si dia tutto il necessario perche' non abbiano a lamentarsi (RB 55,19); esorta l'economo ad essere come un padre per tutta la comunita' (RB 31,2), in modo che "nella casa di Dio nessuno si rattristi" (RB 31,19).
In compenso insiste sulla disciplina interiore e va diritto alle disposizioni intime: la ricerca di Dio, l'Opus Dei, l'umilta', l'obbedienza; qui vuole un impegno totale, una coerenza senza incrinature.
Ecco quindi lo spirito nuovo che Benedetto immette nella Regola; per questo fu tanto stimata nell'Occidente e col tempo ritenuta degna di imporsi su tutte le precedenti, proprio per il suo valore intrinseco.
Per chi scrisse S.Benedetto? Dall'esame interno della Regola appare che egli non pensava solo a Montecassino, perche' si presuppongono piu' monasteri, grandi e piccoli, situati in regioni di clima diverso (RB 40,5-8; 48,7; 55,1; ecc.). Sembra piu' verosimile l'ipotesi che egli abbia voluto fissare nello scritto delle norme per i suoi monaci di Montecassino, di Terracina e forse anche di Roma e Subiaco, e che poi altri abati d'Italia, attratti dalla fama di santita' dell'abate cassinese, lo abbiano spinto a scrivere o abbiano adottato il suo scritto.
La Regola si diffuse presto in tutta Europa. A causa delle vicende tumultuose dei tempi, e' difficile ricostruire il cammino di propagazione della Regola. Molto certamente giovo' alla sua diffusione l'autorita' prestigiosa di Gregorio Magno (sec.VI) che nei suoi "Dialoghi" diede speciale risalto alla biografia di Benedetto (tutto il Libro II) e fece l'elogio del codice monastico. Dagli studi appare che gia'
agli inizi del sec.VII, la Regola era conosciuta nelle Gallie. Lo stesso vale per l'Inghilterra, dove probabilmente fu portata da Agostino e dagli altri missionari inviati da Gregorio Magno. Da li' penetro' nella Frisia e nella Germania; si diffondeva contemporaneamente in Belgio, in Svizzera e in tutte le regioni dell'Europa Centrale.
Questo non significa che le altre regole erano sparite, specialmente quella di S.Colombano; solo che alla fine quella di S.Benedetto fini' col prevalere, persino a Bobbio stessa, fondazione di Colombano.
Al tempo di Carlo Magno (sec.IX), ormai la Regola dominava. Carlo Magno e poi Ludovico il Pio, con l'opera di riforma di S.Benedetto di Aniane, contribuirono molto alla diffusione e all'affermazione del codice monastico cassinese.
La Regola fu la base di vita a numerose riforme monastiche (congregazioni): Cluniacensi e Camaldolesi (sec.X); Avellaniti e Vallombrosani (sec.XI); Cistercensi (sec.XII); Silvestrini e Celestini (sec.XIII); Olivetani (sec.XIV); Trappisti (ramo piu' rigoroso dei cistercensi, sec.XVII); ecc. Anche le costituzioni dei Certosini e dei Premostratensi sono direttamente influenzate dalla Regola benedettina. Da essa prendono ispirazione anche le norme di parecchi ordini militari e ospedalieri del Medioevo.
Infine, tutte le nuove istituzioni di vita religiosa e regolare che sono fiorite nel corso dei secoli, si sono ispirate ai principi essenziali e alle norme fondamentali, ascetiche e disciplinari, del codice del Patriarca di Montecassino.
Abbiamo gia' detto che Benedetto non compose la Regola di getto, ma durante la sua vita, un po' per volta, aggiungeva un nuovo pensiero che modificava o precisava il pensiero precedente; questa elaborazione continua duro' fino al
termine della sua vita, perche' cambiavano le circostanze e maturava le sue esperienze di vita monastica.
Possiamo trovare nella Regola delle sezioni piu' o meno integrali (per es., codice liturgico: capp.8-20; codice penitenziale: capp.23-30 e 43-46) che forse all'inizio erano dei fascicoli a parte e poi furono inseriti nel testo. E' evidente poi che i capp.67-73 sono un'appendice aggiunta dopo; in una prima stesura, la Regola terminava al cap.66, come appare chiaro dalla frase di cap.66,8.
Cio' che ancora fa pensare a una stesura prolungata nel tempo e' il fatto che alcuni argomenti sono trattati piu' volte:
- due sezioni distinte riguardano le colpe e le penitenze: capp.23-30 e capp.43-36;
- dell'abate si tratta all'inizio (cap.2) e alla fine (cap.64);
- la dottrina dell'obbedienza e' disseminata in tutta la Regola (capp.5; 68; 71; ecc.).
Non possiamo dunque pretendere uno schema troppo preciso. Possiamo tuttavia tentare una divisione secondo un certo ordine:
- Oltre al Prologo e alla Conclusione (c.73),
- I Parte: sezione spirituale, principi ascetici (cc.1-7);
- II Parte: codice liturgico, (cc.8-20);
- III Parte: sezione disciplinare, leggi varie, (cc.21-72).
Quest'ultima parte, la dividiamo in varie sezioni:
(a) Decani del monastero, (c.21) e modo di dormire (c.22);
(b) codice penitenziale, (cc.23-30 e 43-46);
(c) ordinamento interno del monastero
e uso dei beni temporali, (31-57, eccetto 43-46):
- economo del monastero (31-34)
- disciplina sul vitto (35-41)
- orario e occupazioni dei monaci (42.47-48.54-57 e 49, Quaresima)
- chi e' in viaggio (50-51)
- oratorio (52)
- ospitalita' (53)
(d) accettazione dei candidati, (cc.58-62);
(e) gerarchia monastica, (cc.63-65)
- ordine della comunita' (63)
- elezione dell'abate (64)
- elezione del priore (65)
(f) relazioni con estranei (portineria e fratelli in viaggio, cc.66-67);
(g) relazioni scambievoli tra i fratelli, (cc.68-72).
S.Benedetto, come qualsiasi altro autore monastico del VI secolo, non aveva la pretesa di fare un'opera nuova e originale; le regole cenobitiche si proponevano di codificare dottrine ascetiche e usi-tradizioni per i monasteri. Benedetto, attraverso uno studio profondo ed assiduo, aveva familiare oltre la Bibbia (vedi piu' sotto al n.8 di questa Introduzione Generale), la precedente letteratura patristica e monastica.
a) San Pacomio.
Nato in Egitto verso il 290 (morto verso il 346), era soldato pagano. Si converti' e si ritiro' nei deserti d'Egitto a condurre una vita aspra di penitenza e di preghiera. Pacomio e' giustamente celebre nella storia del monachesimo cristiano per essere stato il primo organizzatore della vita ascetica comunitaria: e' veramente il padre del cenobitismo. La regola che da lui prende nome e' la prima regola monastica scritta (fu tradotta in latino da S.Girolamo nel 404) e ad essa si sono riferiti in qualche modo tutti i legislatori venuti dopo. La vita monastica dei pacomiani era derivata direttamente dalla Scrittura, sopratutto NT e in particolare i Vangeli. Altra caratteristica era imitare gli esempi dei Padri (Antonio il Grande, Pacomio stesso e cc.). La nota dominante e' l'organizzazione: si trattava di una specie di villaggio diviso in tante case o famiglie.
Le osservanze principali sono quelle che poi diverranno comuni a tutti i monaci: ufficio divino, celebrazioni liturgiche, letture bibliche, conferenze spirituali, lavoro di vario tipo secondo le varie "case". Inutile dire che in questi grandi agglomerati monastici c'era posto per tutti, c'era possibilita' di vari mestieri e di varie occupazioni.
Cf. G.TURBESSI, Regole monastiche antiche, 1974, pp.91-102 per l'introduzione e pp.103-131 per il testo delle Regole.
b) San Basilio
In RB 73,5 S.Benedetto parla di "Regola del nostro santo padre Basilio'. Per dire cosi', e' evidente che questi era conosciuto bene in Occidente ai tempi di S.Benedetto.
S.Basilio, detto "Magno", e' uno dei piu' grandi Padri della Chiesa Orientale. Nacque in Cappadocia nel 329 e fu presto affascinato dall'ideale monastico; percio' ando' a vedere la vita degli asceti, in Cappadocia e fuori. Dono' gran parte dei suoi beni ai poveri e si ritiro' presso Neocesarea. Presto si trovo' circondato da discepoli, sopratutto per l'equilibrio della sua vita e per l'impostazione evangelica del suo insegnamento. Fu consigliere e maestro di tutti i monaci della Cappadocia e con somma prudenza e carita' seppe dare un nuovo volto alla spiritualita' di questi austeri abitanti delle solitudini, i quali erano di una rigidezza a volte strana e quasi selvaggia, quindi mancante di carita', ed erano criticati aspramente da pagani e cristiani e mal visti dal clero.
Basilio scrisse due collezioni di regole:
- Regole lunghe ("Regulae fusius tractatae") e
- Regole brevi ("Regulae brevius tractatae",
tradotte poi in latino da Rufino.
Basilio non fu tanto un fondatore di un nuovo ordine religioso, quanto un equilibratore del monachesimo; si preoccupo' di ripensare l'ideale monastico nella linea della S.Scrittura, specialmente dei Vangeli, collegandolo alla teologia ecclesiale e togliendo ogni forma di individualismo egoistico.
E' merito di Basilio aver avvicinato il monachesimo alla cristianita' aver dimostrato a tutti i battezzati lideale della perfezione nella vita degli asceti. La sua influenza divenne maggiore allorche' venne ordinato prete verso il 362 e sopratutto quando venne consacrato vescovo nel 370.
Al centro dell'ascesi e della mistica del santo c'e' l'amore di Dio e l'amore del prossimo; siccome l'ideale di Basilio sgorga direttamente dai due precetti della carita', esso e' nello stesso tempo attivo e contemplativo. Non bisogna certo esagerare circa l'influsso sociale del monachesimo basiliano, ma e' vero che c'e' stato, anche se quello del santo e' derivato specialmente dalla sua qualita' di vescovo. S.Basilio mori', appena cinquantenne, nel 379. E' uno dei piu' grandi Padri e Dottori della Chiesa.
Cf. G.TURBESSI, o.c., pp.133-147 per l'introduzione e pp.148-266 per il testo delle Regole.
c) Sant'Agostino
Agostino e' uno dei piu' grandi geni dell'umanita'. Immenso e' stato il suo influsso nel pensiero e nell'azione della Chiesa d'Occidente. Tutti conoscono i suoi meriti nel campo della teologia, della filosofia e della letteratura; invece il suo influsso in campo monastico e' stato riscoperto solo negli ultimi anni; eppure il monachesimo latino deve molto a lui.
Nato a Tagaste, in Africa, probabilmente nel 354, dopo un periodo movimentato e di sbandamento intellettuale e morale (narrato nelle sue famose Confessioni), si converti' e fu battezzato da S.Ambrogio di Milano.
La risoluzione di farsi cristiano coincise con quella di farsi monaco (era stato colpito dalla vita di Antonio, il grande eremita); tutta la sua esistenza fu tesa nel realizzare in se' (e intorno a se') i punti essenziali dell'ascesi monastica, vista non come realta' statica ma dinamica, da realizzare in una continua ricerca di Dio, resa possibile dalla grazia, in uno studio appassionato e costante della
S.Scrittura; avra' come modello e stimolo l'esempio della prima comunita' cristiana di Gerusalemme', descritta negli Atti degli Apostoli.
Quando ritorno' in Africa, verso il 388, Agostino si spoglio' dei beni che aveva e si ritiro' fuori della citta', in compagnia di alcuni amici per una vita di perfezione, nella preghiera, nello studio e nell'austerita'.
Nel 391 si trasferisce da Tagaste a Ippona in cerca di maggior pace; ma il vescovo all'improvviso lo chiama e lo ordina sacerdote; pero' gli regala un terreno vicino alla cattedrale: qui Agostino costruisce un monastero, che diventa presto seminario di preti e di vescovi della Chiesa cattolica africana. Dovette lasciare la pace del chiostro quando fu, a malincuore, consacrato vescovo nel 395. Mori' a Ippona nell'anno 430.
L'ascesi monastica agostiniana e' contenuta nella Regola per i servi di Dio ("Regula ad servos Dei"), molto breve ma piena di sapienza e di equilibrio. Le grandi linee sono:
- ricerca costante di Dio nella vita comune, realizzata in un perfetto spogliamento individuale e in una perfetta comunione di beni;
- fusione degli spiriti e dei cuori in una autentica carita';
- apertura pastorale ai fratelli.
C'e' somiglianza tra il monachesimo agostiniano e quello di S.Basilio Magno: tutti e due prendono a modello il Vangelo e il fervoroso inizio della prima comunita' cristiana di Gerusalemme; in S.Agostino si vede piu' chiaramente l'unione del monachesimo al sacerdozio, come pure un impegno piu' immediato verso lo studio delle scienze sacre.
La "discrezione". sia come discernimento degli spiriti sia come moderazione ed equilibrio, trova nei due grandi dottori (Basilio e Agostino) dei meravigliosi precursori di S.Benedetto.
S.Agostino sviluppo' e organizzo' in terra d'Africa anche la vita monastica femminile con le due celebri lettere : "Epistula 210 e 211" indirizzate alle sacre vergini.
Cf. G.TURBESSI, o.c., pp.269-280 per l'introduzione e pp.281-297 per il testo della Regola.
d) Giovanni Cassiano
Nessuno meglio di Giovanni Cassiano puo' farci comprendere la vita monastica come la vivevano i Padri del Deserto; nelle sue opere: De Institutis coenobiorum (Istituzione dei cenobi, 12 libri) e Collationes (Conferenze o Collazioni, 24 libri) egli ci fornisce un materiale completo e insieme indispensabile per la comprensione della vita monastica primitiva; la vita ascetico-mistica realizzata e vissuta dai Padri appare come il fondamento per chi voglia seguire i consigli evangelici.
Nato verso il 360, originario probabilmente della Scizia, Cassiano era vissuto a lungo come monaco prima in Palestina e poi in Egitto e conobbe, essendo loro discepolo o amico, i piu' grandi Padri del Deserto, sia dell'Oriente che dell'Occidente. Come frutto dei suoi viaggi e delle sue conoscenze, inizio' gli occidentali alla vita spirituale dei monaci dell'Oriente con le due opere di cui sopra. Ordinato prete ad Antiochia intorno al 413, lascio' l'Oriente verso il 415 per recarsi a Marsiglia, dove fondo' due monasteri, uno per uomini e uno per donne. Mori' verso il 435.
Cassiano fu il primo ad introdurre in Gallia una forma di ascetismo ispirata alla tradizione egiziana ma mitigata da una prudenza che sembra annunziare la moderazione di S.Benedetto.
Cassiano e' molto importante per capire la Regola benedettina, perche' costituisce una delle fonti piu' importanti; moltissimi passi della RB trovano riscontro nelle opere di Cassiano; S.Benedetto lo cita spesso e ne raccomanda
espressamente la lettura (RB 42,3-5; 73,5), anche se i termini "institutiones" e "collationes" possono essere nomi comuni e indicare certamente l'opera di Cassiano, ma non soltanto questa.
e) Le "Vitae Patrum"
Altra fonte della RB e libro raccomandato ai monaci per il loro cammino spirituale (RB 73,5) sono le Vite dei Padri ("Vitae Patrum"). Si tratta di una collezione di documenti biografici antichi, chiamata cosi' genericamente. Sono giunte a noi attraverso una trascrizione del sec.XVII, riunita in 10 Libri che contengono svariati argomenti:
- Libro I: Vite dei Padri (per es. Antonio, Pacomio, ecc.);
- Libri II-VII: Apoftegmi o Detti dei Padri del Deserto;
- Libri VIII-X: Storia dei monaci d'Egitto,
Storia Lausiaca di Palladio,
Collazioni (conferenze) scelte di Cassiano,
Prato spirituale di G.Mosco, ecc.
f) Le "Regulae Patrum"
Si tratta di un insieme di Regole che formano un "corpus" caratteristico nella legislazione monastica occidentale. Sono quattro Regole "gemelle":
- La Regola dei 4 Padri ("Regula IV Patrum");
- La Seconda Regola dei Padri ("II Regula Patrum");
- La Terza Regola dei Padri ("III Regula Patrum");
- La Regola di Macario ("Regula Macarii).
Si ritiene che siano resoconti di sinodi di abati della Gallia del V secolo. La Regula IV Patrum, da cui sono nate le altre tre, costituisce veramente un documento molto importante: si puo' affermare che e' il primo testo legislativo del monachesimo occidentale, il primo nucleo di regola che e' servita realmente a governare una comunita' in Occidente, i cui elementi sono stati di base per le regole posteriori. Contiene difatti tutti gli elementi essenziali di una regola: insistenza sulla vita comune, ruolo del superiore, obbedienza dei fratelli, accoglienza dei postulantigrande insistenza sullo spogliamento di se' (beni personali), condanna della mormorazione e correzione delle colpe; parla del digiuno, della lettura, del lavoro, del servizio vicendevole del cellerario, della cura degli attrezzi, dell'accoglienza dei monaci forestieri e percio' del rapporto con gli altri monasteri. Tutte cose che troviamo poi in maniera chiara nelle regole posteriori, soprattutto nella RM ("Regula Magistri") e nella RB. E' poi tutta intessuta (come le altre regole) di citazioni della S.Scrittura che fanno da fondamento alle prescrizioni.
La Regula IV Patrum concretizza il desiderio (e il pallino, quasi) di Cassiano di organizzare la vita cenobitica in un periodo in cui predominava una corrente ascetica ancora fortemente caratterizzata dall'eremitismo.
Cf. G.TURBESSI, o.c., pp.317-323 per l'introduzione e pp.324-334 per il testo. Cf.H.LEDOYEN, La Regle de Saint Benoit. Legislation monastique, in "Atti del 7.Congresso Internazionale di Studi sull'alto Medioevo", Spoleto 1982, pp.397-401. Ed.critica di De Vogue': SC 297-298.
g) La "Regula Magistri"
Per i rapporti particolari che presenta con la RB esige una speciale menzione e una trattazione a parte (vedi appresso, n.5 di questa Introd.Gen.).
Da qui in poi non si tratta propriamente di Fonti della RB, ma di regole e persone contemporanei di S.Benedetto.
h) San Cesario di Arles
Resta incerto se S.Benedetto abbia conosciuto l'opera del suo contemporaneo S.Cesario (470-542). Egli, fattosi monaco a Lerins fin dalla piu' tenera giovinezza, volle rimanere tale anche da vescovo (come S.Agostino che aveva preso a modello), cercando di unire i doveri pastorali con quelli di asceta; trasformo' il palazzo vescovile in monastero. Frutto dello speciale amore per la vita monastica, restano di lui la Regola per le Monache ("Regula sanctarum virginum"), abbastanza lunga e dettagliata, da cui deriva l'altra, la Regola per i Monaci ("Regula ad Monachos"), piu' breve e sunteggiata.
La Regula sanctarum virginum fu seguita non solo dalle monache di Arles, ma anche dagli altri monasteri femminili della Gallia; poi man mano fu sostituita dalla Regola di S.Benedetto.
Cf. G.TURBESSI, o.c., pp.335-341 per l'introduzione e pp.343-366 per il testo.
i) Regole Provenzali del VI secolo
Insieme alle regole di S.Cesario, accenniamo anche a queste altre tre:
- Regula Aureliani ("Regola di Aureliano"). Questi e' il successore di Cesario come vescovo di Arles (546-551).Scrisse una regola prima per i monaci, poi per le vergini, con caratteri di chiarezza ed equilibrio. Dipende dalla Regola di S.Cesario e da Cassiano, Basilio, Agostino, la II Regula Patrum, la Regola di Macario e dai sinodi gallicani.
- Regula Tarnantensis ("Regola di Tarnant"), scritta circa il 551-573. Anche questa e' contemporanea di S.Benedetto. Dipende dalla "Regula sanctarum virginum" di Cesario, probabilmente da quella di Aureliano, e dalla III Regula Patrum. Notiamo in essa l'orario diverso per la lettura secondo le stagioni (come in S.Benedetto).
- Regula Ferreoli ("Regola di S.Ferreolo"). Questi era vescovo di Uzes (553-581). Anche questa regola e' nata nell'ambiente monastico di Arles. Non si sa se Ferreolo abbia conosciuto la Regola di S.Benedetto. Sembra probabile, e cosi' questo potrebbe essere la prima testimonianza dell'influsso della RB sulle altre.
l) Cassiodoro
Un altro che probabilmente conobbe la RB e' Cassiodoro. Nato a Squillace in Calabria nel 485 da nobile famiglia, fu ministro di Teodorico alla corte di Ravenna e sali' fino al vertice della scala degli onori.
Disgustato della vita pubblica, la abbandono' nel 540, ritirandosi nelle sue terre, dove fondo' il celebre monastero di Vivarium di cui fu abate. Organizzo' sapientemente la vita nel monastero, divisa tra preghiera e studio (sacro e profano), trascrizione di codici (famosa era la biblioteca di Vivarium). L'opera principale di Cassiodoro e': Institutiones divinarum et saecularium litterarum ("Istituzioni delle lettere sacre e profane"). Mori' nel 583.
5. RELAZIONE CON LA "REGULA MAGISTRI"
Tra le varie regole monastiche occidentali, la cosiddetta Regola del Maestro ("Regula Magistri") occupa un posto distinto per le sue caratteristiche interne e specialmente per la sua notevole estensione. Non se ne conosce il nome dell'autore; l'attuale titolo non e' originario, venne chiamata "Regola del Maestro" da S.Benedetto di Aniano (sec.IX) dalla maniera di introdurre l'argomento dei capitoli:
- Interrogatio discipuli (Domanda del discepolo)
- Respondit Dominus per magistrum (Risponde il Signore per mezzo del maestro).
I manoscritti invece hanno come titolo Regula Sanctorum Patrum (Regola dei Santi Padri). Tre soli manoscritti ce l'hanno conservata integralmente. Tra i codici che ne riportano alcune parti, importantissimo e' il Par.Lat. 12634 (Parisiensis Latinus) che viene datato alla fine del secolo VI o inizi del VII, di origine italica, forse proprio del monastero di Cassiodoro, il su menzionato Vivarium.
Nessuna regola monastica dell'Oriente e dell'Occidente e' cosi' voluminosa, completa e particolareggiata come la RM. E' tre volte piu' lunga della RB, la quale pure viene considerata come una delle regole antiche piu' completa. La RM e' composta di un prologo e 95 capitoli.
La RM e la RB presentano una somiglianza tale che fa pensare necessariamente a rapporti reciproci. Le concordanze verbali sono piu' evidenti nel prologo e nei capp.1-7 RB = 1-10 RM, in cui le due regole riproducono quasi un identico testo; anche nel seguito pero' esistono parallelismi, somiglianze nelle norme o nelle consuetudini. Hanno in comune grosso modo il piano generale di composizione; la RM termina con il capitolo sui portinai del monastero, che corrisponde a RB 66 con cui finiva in origine la Regola di Benedetto. La RM si distingue dalla RB per la ampollosita', la descrizione bizzarra e la prolissita'.
Quale fu la patria, l'origine, l'autore, la data della RM e il suo rapporto con la RB? Era opinione comune che la RB fosse opera originale, documento autentico ed esclusivo del genio e della spiritualita' di S.Benedetto, il quale usava, si', svariate fonti patristiche e monastiche dei secoli precedenti, ma mai parola per parola, come invece si puo' notare confrontando la RM. Secondo questa opinione, la RM era un commento alla RB, risalente al sec.VIII. Altri dicevano che il "Maestro" era lo stesso S.Benedetto, che poi sunteggio' una prima stesura lunga della Regola; che forse la RM veniva usata prima a Subiaco, oppure a Vivarium; altri ancora pensavano che la RM fosse usata dopo la RB come un commento o istruzione.
Oggi pare quasi certa e accettata dalla maggior parte degli studiosi - anche se un'argomentazione veramente apodittica e perentoria non c'e' - l'ipotesi della priorita' della RM: cioe' che S.Benedetto uso' la RM come fonte letteraria. Questo puo' aiutare a capire lo schema della RB, modellato su quello della RM.
La RM e' divisa in due parti:
- I. Dottrina spirituale (Prol. e cc.1-10 = RB Prol. e cc.1-7);
- II. Ordo monasterii (cc.11-95 = RB cc.8-66).
Non deve sorprendere che S.Benedetto abbia trascritto lunghi tratti della RM (quasi alla lettera nei primi capitoli). Bisogna tener presente la mentalita' dei tempi: per gli antichi, uno scritto dottrinale era patrimonio comune e se ne prendeva liberamente il contenuto senza il bisogno di citarlo. Ma bisogna anche dire che S.Benedetto non trasferisce di peso la materia di quei capitoli: egli abbrevia, omette, aggiunge, corregge secondo un suo pensiero e un suo spirito particolari; sia nella sezione disciplinare come in quella dottrinale (RB cc.1-7) ci sono delle differenze molto interessanti ed importanti, che gli studiosi stanno approfondendo sempre piu'.
Per alcuni passi della RM, cf. G.TURBESSI, o.c., pp.372-395.
CONFRONTO TRA I PIANI DELLE DUE REGOLE
RB RM | RB RM
Prologo Thema |
1-7 1-10 | 39-42 26-30
8-18 (cod.liturgico) 33-46 | 43-47 54-55.73
19-20 47-48 | 48 50
21-22 11 | 49 (Quaresima) 51-53
23 12 | 55 81
24 13 | 56-57 84-85
26-30 14 | 58 87-90
31-33 16-17.82 | 59 91
34 - | 63-64 92-93
35 18-23.25 | 65 -
36 69-70 | 66 95
37 - | 67 (+52) 67-68
38 24 | 68-73 -
Il latino usato da S.Benedetto non e' classico, libresco o artificiale, come quello di Cassiodoro o di Boezio, ne' fiorito e ornato come quello di Cassiano, ma e' la lingua viva del sec.VI come si parlava in Italia, ricca di vitalita' e facile a capirsi da tutti, senza per altro essere una lingua veramente "volgare" (come, per es., nelle iscrizioni "volgari" dell'epoca).
L'educazione letteraria dell'autore appare nell'eleganza di molti periodi, nella proprieta' di vocabolario, con una lingua assai vicina a quella che si parlava nelle classi medie e superiori; sopratutto Benedetto si preoccupa della chiarezza.
La cultura spirituale dell'autore appare continuamente: il vocabolario, la sintassi, la grammatica, lo stile sono in comune con il latino monastico e sopratutto con il latino della Bibbia e della liturgia. Notiamo qui soltanto alcune particolarita':
- inclusione: quando un brano inizia e termina con la stessa parola o con la stessa frase (es. RB 21,1: 21,7; RB 41,1: 41,7);
- carattere vivace della latinita' e quindi dell'autore Benedetto, che si mostra uomo libero e appassionato (usa spesso espressioni popolari);
- ripetizioni: stesse parole o nozioni o frasi intere riappaiono spesso nella RB; ci dicono qualcosa che e' nel profondo del cuore dell'autore, a cui egli tiene molto.
La forma letteraria e' varia, a seconda della materia trattata; per es.: nel prologo abbiamo la forma omiletica, nel codice penale (RB 23-30 e 43-46) la forma giuridica. Molti capitoli in cui tratta un argomento nuovo, Benedetto li inizia con un principio generale e poi passa a sviluppare la dottrina come conseguenza (es.: RB 5; 19; 24; 30. 36; 42; 48; 72).
Ma ci si puo' domandare se la RB in quanto tale abbia una sua forma letteraria unitaria. Alcuni autori preferiscono parlare di forma letteraria sapienziale. Mi riferisco sopratutto al Wathen, dalle cui dispense (lezioni tenute all'Istituto Monastico a S.Anselmo) prendo alcune riflessioni.
La "sapientia" (saggezza) e' un tipo di conoscenza che nasce dall'esperienza ordinaria (quindi capire le cose non in modo scientifico, astratta, impersonale, ma in modo intuitivo, personale) e ha lo scopo di guidare l'uomo dandogli un senso per la vita. La conoscenza sapienziale viene espressa in forma poetica (in senso largo, per es.: i detti, i proverbi dei nostri anziani).
Noi moderni forse abbiamo perduto le massime, i proverbi ecc., e cosi' abbiamo perduto anche la saggezza in essi contenuta.
Nei Libri sapienziali della S.Scrittura ci sono varie forme di questo genere: la piu' nota e' quella dell'insegnamento del maestro al discepolo (es. Sir. 2,1-18; Prov. 1,10; 2,1; 4,1 ecc.).
La stessa forma la ritroviamo nella tradizione monastica, ad esempio nella "Admonitio Sancti Basilii ad filium spiritualem", che e' la fonte piu' diretta del prologo di RM e RB; altro esempio classico si trova nel IV Libro delle Istituzioni di Cassiano, capp.31-43: l'esortazione dell'abate Pinufio ai novizi prima della professione (e nel cap.41 si ritrovano 10 indizi di umilta', la fonte di RM 10 e RB 7). Ora, nella RB, il prologo ha chiaramente il carattere di istruzione sapienziale. Ma anche la Regola intera in quanto tale ha punti di contatto con la tradizione sapienziale:
- atteggiamento comune riguardo allo scopo, che e' quello di comunicare sopratutto un sapere strettamente pratico, non teorico: Benedetto si interessa di piu' alla disciplina pratica;
- la preoccupazione primaria dei saggi era l'"ordo" - l'ordine sociale. In Benedetto troviamo la stessa preoccupazione; la parola "ordo" ricorre 27 volte: ordine nel coro, ordine nel refettorio, ecc.
- nella letteratura sapienziale ci sono delle parole specifiche (sapienza, via, cammino, disciplina, ammonizione, stare attento, meditare, insegnare...); ci sono vari generi letterari (dialogo, elenco...); anche lo stile e' particolare, ad es.: il parallelismo, cioe' dire la stessa cosa in due versetti. Tutto questo si trova nella RB;
- ci sono poi nella RB temi sapienziali specifici: la pazienza, il timor di Dio...
Da tutto cio' possiamo ritenere la RB come appartenente alla letteratura sapienziale. Quindi non si puo' interpretare con un eccessivo giuridismo; la RB insegna sopratutto a raggiungere la saggezza; le leggi mirano ad insegnare al monaco la via dell'amore. Ne consegue che la vita monastica e' in primo luogo una vita sapienziale, pero' non in modo teorico ma concreto ed esperienziale: il monaco impara a dare concretamente il suo contributo per la disciplina comunitaria e insieme per la crescita della persona.
8. L'USO DELLA BIBBIA NELLA REGOLA
Una parola a parte diciamo per l'uso che Benedetto fa della S.Scrittura: egli si nutri' della letteratura monastica di cui abbiamo parlato prima, ma sopratutto della Parola di Dio: "Quale pagina o quale parola di autorita' divina del Vecchio e Nuovo Testamento - osserva egli stesso - non e' norma sicura di condotta per la nostra vita?" (RB 73,3).
La spiritualita' benedettina e' eminentemente biblica e tutta la Regola e' come impregnata della S.Scrittura; si vede proprio l'uomo abituato a meditare e a "ruminare" la Parola di Dio. Difatti la conosce molto bene e puo' citarla quasi spontaneamente; la grande familiarita' che egli ha con i sacri testi lo porta spesso a citare a memoria, sicche' gli succede ogni tanto di riportare un medesimo testo con qualche variante. Sono piu' di 100 le citazioni esplicite e piu' di 170 le citazioni implicite o i richiami. Piu' utilizzati fra tutti sono i passi dottrinali, in particolare i salmi, i Proverbi, il Siracide, e del NT Matteo e le epistole paoline. Il linguaggio stresso e' quello biblico, con vocabolario, stile e certe particolari costruzioni della frase che sono comuni al latino della Scrittura e della Liturgia.
Col propagarsi dei monasteri, si moltiplicarono anche le copie del testo della Regola. Esistono oggi molti manoscritti del testo della RB (solo nella biblioteca nazionale di Parigi ne esistono piu' di 30); il problema principale e' stabilire, secondo la datazione e l'analisi storica, quale si avvicini al testo originario.
Il manoscritto piu' antico che abbiamo e' il cosiddetto Codice O (i manoscritti sono indicati con una lettera del nome della biblioteca in cui sono conservati e dal numero d'ordine). Si trova nella biblioteca di Oxford e fu redatto nel sec.VIII in Inghilterra. Pero', secondo gli storici, contiene un testo interpolato, cioe' corretto dai copisti preoccupati di migliorarne il latino.
I numerosi manoscritti della RB vengono divisi in categorie secondo il latino usato. Abbiamo cosi' tre tipi o classi:
A. testo puro
B. testo interpolato o corretto secondo la grammatica classica
C. testo "recepto" (=accettato).
A. TESTO PURO
1. Codice (OMEGA)
Autografo di S.Benedetto scritto a Montecassino. Quando nel 577 i Longobardi distrussero l'abbazia il prezioso codice fu portato dai monaci a Roma nella biblioteca lateranense. Riedificato il monastero nel;; 740-742 dall'abate Petrobace, Papa Zaccaria restitui' l'autografo. Nell'833 i Saraceni devastarono Cassino e i monaci fuggirono nuovamente con l'autografo a Teano. Ma qui nell'896 il codice ando' perduto in un incendio.
2. Codice (PSI)
Nel 787 due monaci francesi avevano fatto una copia esatta dell'autografo, il codice omega (quando ancora si trovava a Montecassino), per ordine di Carlo Magno che voleva il testo esatto della Regola per introdurla nei monasteri del suo territorio. Il codice fu portato ad Aquisgrana. Disgraziatamente anche questo ando' perduto.
3. Codice A: Sangallensis 914.
Nell'817 due monaci svizzeri si recarono ad Aquisgrana per fare una copia della copia; questa va identificata con il famoso manoscritto, ancor oggi conservato, il Sangallensis 914, che rappresenterebbe cosi' il piu' fedele testimone dell'autografo. Avremmo cosi' un caso eccezionale nella storia della tradizione manoscritta dei testi antichi: un codice che disterebbe dall'autografo attraverso un solo intermediario. L'autorita' del codice A e' confermata anche dall'analisi interna del testo, che evidenzia un latino del VI secolo localizzabile nell'Italia meridionale. Il codice A e' chiamato "esemplare normale", ed e' quello oggi comunemente usato nelle edizioni della Regola.
Tra gli altri manoscritti derivati dal codice A, ricordiamo:
4. Codice B: Vindobonensis 2232 (Vienna), contemporaneo al codice A (secolo IX), ma meno corretto e accurato.
5. Codice C: Monacensis 28118, Monaco, secolo IX.
6. Codice T: Monacensis 19408, Monaco, secolo VIII.
7. Codice K: in Italia abbiamo i codici di tradizione cassinese, tutti indicati con la lettera "K" e conservati a Montecassino. Il piu' antico e' il K 175 (secolo X), concorda molto spesso con A ed e' uno dei piu' autorevoli. Ricordiamo ancora il "K 179" e il "K 442" (secolo XI). Singolare e' il Codice X (= K 499) del secolo XIII-XIV, portato a Montecassino non si sa quando e da dove, con un testo assai guasto e insieme con tante concordanze con A.
B. TESTO INTERPOLATO
Si tratta di una classe di codici che contengono un testo (assai diffuso in Italia, Gallia, Inghilterra e Germania) con aggiunte e modifiche dovute o a una difettosa intelligenza del testo o all'intenzione di adattarlo meglio alle regole grammaticali. L'archetipo (cioe' il primo di questo tipo da cui hanno avuto origine gli altri) si fa risalire fino al se.VI e viene indicato con la lettera (SIGMA): e' inesistente. Tra i codici di questa famiglia ricordiamo:
- Codice O: Oxoniensis Hatton 48, il piu' antico degli esistenti (secolo VIII);
- Codice V: Veronensis LII (secolo VIII);
- Codice S: Sangallensis 916 (secolo IX), notevole per la traduzione interlineare in tedesco antico.
C. TEXTUS RECEPTUS
C'e' una terza famiglia di testi, sorta dai continui tentativi degli amanuensi di correggere l'originale e forse anche i testi interpolati e che gia' si presenta sin dalla fine del secolo VIII. Tale tipo di testo, frequente gia' nel secolo X, invalse sempre piu' nell'uso comune perche' piu' facile a capirsi e piu' corretto grammaticalmente. E' quello ordinariamente conosciuto e stampato fin verso la fine del secolo scorso. E' stato chiamato Textus Receptus = TR (testo accettato).
Nell'archivio del monastero di S.Silvestro in Montefano si conservano due codici della Regola che seguono la tradizione cistercense: Codice 1 e Codice 2.(cf. articolo di L.SENA, Il testo della Regola di S.Benedetto contenuto nei due codici di Montefano, in "Inter Fratres", 39 (1989), pp.3-64. Il testo del Codice 2 e' pubblicato nel vol. 9 della "Bibliotheca Montisfani": Alle fonti della spiritualita' silvestrina. I Regola e Vita di S.Benedetto, testo latino e versione italiana, a cura di L.SENA e V.FATTORINI, Fabriano 1990.
NOTA IMPORTANTE
Nonostante tutti questi codici, il pensiero genuino di S.Benedetto e' stato conservato, perche' le varianti (che non siano mai interpolazioni) non toccano quasi mai il senso, sicche' abbiamo la sicurezza di conoscere il pensiero autentico del santo Patriarca. Le divergenze interessano specialmente lo studio filologico.
10. EDIZIONI DELLA REGOLA
Furono fatti vari tentativi nel 1600 di ricostruire un testo critico della Regola. Le edizioni piu' importanti si hanno pero' solo a partire dal secolo scorso. Ricordiamo:
Schmidt: nel 1880; poi nel 1892 piu' corretta della prima edizione; ha per base il Codice A.
Traube: famoso studio del 1898, in cui affronto' tutto il problema della trasmissione del testo dei vari codici ess., stabilendo saldamente il valore del codice A.
Butler: nel 1912, nel 1927 e nel 1935, sul Codice A.
Edizione del monastero di Cava dei Tirreni: nel 1913 e nel 1929: riporta alla lettera il testo del Codice A.
Linderbauer: nel 1922 e nel 1928, testo molto studiato e accurato sulla scorta di A e dei migliori codici.
Schmitz: nel 1946 e una seconda edizione nel 1955.
Negli ultimi anni si sono avuti studi notevoli sotto l'aspetto critico, che hanno portato ad opere di fondamentale valore. Ricordiamo:
G.Penco: nel 1958, riporta le varianti dei codici A (e anche "alfa" = annotazioni marginali del codice A e O e anche di due manoscritti della RM, con cui confronta sempre la RB; aggiunge un acuto e diligente commento.
R.Hanslik: nel 1960 e' uscita la tanto attesa edizione critica. L'illustre studioso ha consultato piu' di 300 codici sparsi nel mondo e riporta le varianti di piu' di 70. Utilissime sono l'introduzione e gli indici: quello della S.Scrittura e di tutti gli autori citati, quello delle parole, quello ortografico e quello grammaticale. Nel 1977 e' uscita la seconda edizione.
J.Neufville - A. de Vogue': Notevole lavoro uscito nel 1972 e anni seguenti. Al primo e' dovuta l'edizione critica del testo, al secondo l'introduzione, annotazioni e commento. L'opera e' inserita nella serie dei volumi del De Vogue' sulla Regola: 7 volumi di vastissima erudizione con commento abbondante ed eccellenti indici: delle parole, grammaticale, ortografico, ecc.
11. COMMENTI DELLA REGOLA
I commentari alla Regola risalgono alla piu' remota antichita' e si susseguono man mano lungo il corso dei secoli. Ricordiamo:
(a) Commentari antichi (dei secoli precedenti)
Paolo Diacono: scrisse il primo commento alla Regola, secondo un'opinione, a Montecassino nel 786.
Smaragdo: "Expositio Regulae S.Benedicti", verso l'820.
Card.Giovanni de Torquemada: "Expositio in Regulam S.Benedicti", nel 1441, stampato molte volte.
Ab.Giovanni Tritemio: scrisse il "Commentariu" agli inizi del 1500 sui soli primi sette capitoli; e' una eccellente esposizione della dottrina ascetica di S.Benedetto.
Martene: "Commentarium in Regulam S.Benedicti", nel 1690, opera egregia sotto l'aspetto storico (riportato nel Migne).
Calmet: eccellente commento con molta soda dottrina, nel 1732 (in francese, tradotto anche in italiano nel 1751).
NOTA. Dagli studi piu' recenti sembra ormai certo che i tre commenti di: Paolo Diacono, Ildemaro e del monaco Basilio, non sono altro che tre recensioni diverse del commento di Ildemaro, composto quasi certamente a Civate (Como). Quindi cade l'attribuzione a Paolo Diacono, e il primo commentario alla RB risulta quello di Smaragdo; segue a pochissimi anni quello di Ildemaro.
(b) Commentari recenti (di questo secolo, prima del 1980)
P.Delatte: abate di Solesmes, scrisse il "Commentario alla Regola di S.Benedetto" nel 1913 (tradotto in italiano nel 1951). La profonda dottrina teologica e l'amore delle tradizioni monastiche ne fanno un'opera eccellente per lo studio e la formazione dei monaci. Forse e' un po' troppo personale.
Butler: scrisse il "Benedictine Monachism". Espone i principi della Regola e il loro sviluppo nel corso della storia monastica.
Linderbauer: scrisse l'interessantissimo "Sancti Benedicti Regulae Commentarius", nel 1922. Lavoro ancora fondamentale per l'esegesi della Regola, per l'esatta comprensione del pensiero di S.Benedetto.
Card.Ildefonso Schuster: scrisse nel 1942 un commento, frutto della sua esperienza di governo (era abate di S.Paolo fuori le Mura a Roma) e dei suoi precedenti studi.
I.Herwegen: abate di Einsiedeln, scrisse nel 1944 un commento che da' rilievo alla natura carismatica della vita monastica: "Il senso e lo spirito della Regola benedettina". Ma non sempre le sue idee appaiono accettabili.
D.Anselmo Lentini: monaco cassinese, scrisse il commento nel 1947; e' stato il primo che ha diviso i capitoli della RB in versetti, secondo il ritmo della frase latina, divisione oggi accettata da tutti, anche dai piu' grandi studiosi, e usata oggi comunemente in tutte le nuove edizioni. Il commento del Lentini e' uscito in seconda edizione nel 1980.
B.Steidle: nel 1952, mette sopratutto in luce i rapporti della Regola col monachesimo antico.
A. de Vogue': ha scritto negli anni 1972-1977 La Regle de Saint Benoit (gia' citato sopra tra le edizioni critiche); per vastita', completezza, minuziosita' di ricerca e di esame, supera tutti i lavori moderni. L'insigne studioso esamina la Regola sotto tutti gli aspetti (ben 7 volumi); anche se in parecchi punti le sue opinioni possono essere discutibile, l'opera e' senza dubbio una miniera di osservazioni, di cui ormai nessuno studioso puo' fare a meno.
G.Colombas: spagnolo, monaco di Montserrat, ha scritto nel 1979 La Regla de San Benito, un commento sobrio, ma profondo.
(c) Commentari recentissimi (dal 1980 in poi)
Nel 1980, in occasione del XV Centenario della nascita di S.Benedetto, sono usciti numerosi commenti nuovi e studi sulla Regola o su aspetti di essa, e c'e' stato un nuovo fervore per l'approfondimento della vita e dello spirito di S.Benedetto. In genere, in quasi ogni nazione dove sono presenti i monaci, sono usciti nuovi commentari, alcuni molto interessanti. Ne segnaliamo i seguenti:
RB 1980 (Ed.T.Fry), Collegeville 1981. E' un importante lavoro fatto dai monaci degli Stati Uniti e vuole essere non un semplice commento, ma uno strumento di lavoro sulla Regola. Dopo una ricca bibliografia, la I.Parte comprende una lunga introduzione sulla storia del monachesimo; la II.Parte riporta il testo latino della Regola (dalla edizione di Neufville-DeVogue) con la traduzione inglese ben fatta e molto fedele; segue la III.Parte, la piu' lunga, con studi su tematiche particolari: la terminologia, l'abate, il codice liturgico, le misure disciplinari, la formazione, il ruolo della S.Scrittura nella RB, rapporti tra RB e RM. Sopratutto in questa terza parte si tiene molto conto degli studi del DeVogue. Una IV.Parte comprende una concordanza latina e gli indici: tematico, scritturistico, patristico e delle opere antiche; segue la lista dei monasteri benedettini in U.S.A.
Regle de Saint Benoit, testo e traduzione francese a cura di H.Rochais, introduzione e note di E.Manning, Edizioni Cistercensi, Rochefort 1980. E' interessante per l'introduzione di Manning, in particolare riguardo al problema della RM, e anche per le note che in alcuni casi sono degli "excursus" (sui capp.8-18, sul codice penitenziale, sul cap.65 che Manning pensa non appartenga alla redazione originale della RB, sul cap.72. Una curiosita': in questo libro manca l'indice! Si sono scordati?
S.Benedetto un maestro di tutti i tempi. Dialoghi e Regola, collana "scritti Monastici di Praglia, n.3, Padova 1981. Contiene la traduzione italiana del II.Libro dei Dialoghi e della Regola, traduzione fatta dalla benedettine dell'Isola di S.Giulio (Novara). La segnaliamo perche' sembra ben fatta (rispetto ad altre che spesso indeboliscono la forza delle espressioni di S.Benedetto), fedele al testo latino e che tiene conto degli studi e approfondimenti recenti sulla RB. All'inizio c'e' una buona introduzione di D.Pelagio Visentin.
A.M.Canopi: Mansuetudine: volto del monaco. Lettura spirituale e comunitaria della Regola di S.Benedetto in chiave di mansuetudine, edizioni "La Scala", Noci 1983. E' una interessante rilettura della RB alla luce della beatitudine del Vabgelo di Matteo sulla mansuetudine. Tutti i capitoli della RB sono confrontati con essa. Si tratta innanzitutto di una lettura spirituale della RB, frutto della lectio divina, e suppone come substrato la Lettura comunitaria, cioe' l'ambito vitale di una comunita' monastica che si confronta oggi con la RB, cercando di individuare i segni dei tempi e di essere attenta al soffio dello Spirito.
APPENDICE
Congregazioni Benedettine
(in ordine di fondazione)
1. Congregazione Camaldolese
Fondata da S.Romualdo (907-1027) con intento rigorista (eremo) verso il 980. L'eremo di Camaldoli (AR) e' del 1022. Monasteri principali: Camaldoli, Fonte Avellana, Monte Giove, S.Gregorio al Celio (Roma), Ss.Biagio e Romualdo (Fabriano). Nel corso dei secoli ci sono stati altri due rami:
- Camaldolesi di Montecorona: ebbe inizio nel 1520.
- Camaldolesi Cenobiti: nel 1616 ebbe luogo una scissione tra i Camaldolesi. I cenobiti si divisero dagli eremiti e si organizzarono in una vera Congregazione molto fiorente al principio (oggi estinta).
Oggi e' rimasta come Congregazione con il titolo di Monaci Eremiti Camaldolesi, che comprende eremi e cenobi.
2. Congregazione di Vallombrosa
Fondata da S.Giovanni Gualberto (985-1073) nell'anno 1039. Si distinse nella lotta contro la simonia. Monasteri principali: Vallombrosa, S.Maria di Montenero (LI), Ss.Trinita' di Firenze, S.Prassede in Roma. Fondazione in Brasile.
3. Congregazione Cistercense
Fondata da S.Roberto Abate nel 1098. E' divisa in tante altre congregazioni (21) secondo la nazionalita' (ricordiamo quella di Casamari, con la famosa abbazia presso Frosinone).
Da questa derivarono i: Trappisti (Cistercensi della stretta osservanza), fondati nel 1664 a Trappe (Francia) dal famoso Abbe' Rance'. Monasteri principali in Italia: Frattocchie (RM), Tre Fontane (RM).
4. Congregazione di Montevergine
Fondata da S.Guglielmo (1085-1142) nel 1124 con intento di austerita'. Abbazia-santuario a Montevergine (AV), Santuario S.Michele Arcangelo sul Monte Gargano. Oggi estinta come congregazione e associata alla Congregazione Sublacense.
5. Riforma di Pulsano (Monte Gargano)
Iniziata nel 1130 dal B.Giovanni da Matera (+1139). I monasteri pulsanesi abbracciarono la regola benedettina e si diffusero nell'Italia Meridionale e Centrale. Oggi estinta.
6. Congregazione Silvestrina
All'inizio detta: Ordine di S.Benedetto di Montefano. Fondata da S.Silvestro Guzzolini (1177-1267) a Fabriano nel 1231. Piu' larga trattazione sara' data nel corso dello studio sulla storia della Congregazione.
7. Congregazione Celestina
Fondata da Pietro Morrone (poi Papa Celestino V), eremita sui Monti della Maiella, nel 1240. Il Papa diede da osservare la Regola di S.Benedetto nel 1263. Dopo un periodo di grande floridezza, inizio' la decadenza che continuo' fino alla completa soppressione sotto Napoleone.
8. Congregazione di Monte Oliveto
Fondata dal B.Bernardo Tolomei nel 1319. Monasteri principali: Monte Oliveto Maggiore (SI), S.Miniato di Firenze, Settignano (FI), Seregno (MI), S.Anastasia in Roma, S.Maria Nova in Roma.
9. Congregazione Cassinese
Nel 1408 il monaco Ludovico Barbo inizio' un'azione che tendeva a unire varie abbazie per difenderle dalla peste della "commenda". Il movimento ebbe inizio a S.Giustina di Padova col nome "De unitate seu de Observantia Sanctae Justinae de Padua" (Unione o Osservanza di S.Giustina di Padova). Monasteri principali: Montecassino, S.Paolo fuori le Mura in Roma, Cesena, Cava dei Tirreni, Pontida, S.Martino delle Scale (PA), Farfa, S.Pietro di Perugia.
10. Congregazione Sublacense
Nel 1842 il monaco cassinese Pier Francesco Casaretto, dopo varie peripezie, vedendo la decadenza che regnava nelle abbazie della sua congregazione (fu colpito specialmente a Subiaco), ideo' una riforma nel senso di un ritorno integrale alla Regola. Di qui ebbe origine la Congregazione Sublacense nel 1851, chiamata prima Congregazione Cassinese della prima osservanza. Il suo tentativo si realizzo' in Liguria con l'appoggio di Carlo Alberto a Genova e a Finalpia. Poi questi monaci riformati furono chiamati dal Papa anche a Subiaco. Monasteri principali in Italia: Subiaco, Genova, Finalpia (SV), Parma, Praglia, Noci, S.Giustina di Padova, Montevergine, S.Giorgio Maggiore di Venezia, Novalesa (TO). La Congregazione e' divisa in provincie secondo le nazioni.
In altre nazioni i monasteri sono uniti in varie Federazioni o Congregazioni. Le trascriviamo in ordine di erezione come Congregazione: cio' non significa che i monasteri sono stati fondati dopo queste date; molti monasteri sono antichi e vivevano indipendenti; poi si sono uniti in Federazioni o Congregazioni:
1. Congregazione Inglese (1336)
2. Congregazione Ungherese (1514)
3. Congregazione Svizzera (1602)
4. Congregazione Bavarese (1684)
5. Congregazione Solesmense (1837) succede alla Congr.Cluniacense.
6. Federazione Americano-Cassinese (1855)
7. Congregazione Beuronese (1873)
8. Federazione Svizzero-Americana (1881)
9. Congregazione di S.Ottilia (1884)
10. Congregazione Austriaca (1889)
11. Congregazione dell'Annunciazione della B.V.M. (1920)
12. Congregazione Slava (1845)
13. Congregazione Olandese (1969): monasteri solesmensi in Olanda.
14. Congregazione del Cono-Sur (1973) in Argentina, Cile e Uruguay.
Ci sono poi dei monasteri singoli, non uniti in nessuna Congregazione. Tutte le Congregazioni sopra nominate (eccetto Cistercensi e Trappisti) sono unite nella CONFEDERAZIONE BENEDETTINA, eretta da Leone XIII nel 1893, che e' l'unione fraterna dei monaci che vivono sotto la stessa Regola, salva l'autonomia di ciascuna Congregazione o monastero. La Confederazione Benedettina e' presieduta dall'Abate Primate che risiede a Roma nel Collegio Internazionale di S.Anselmo sull'Aventino.
Anche le Monache benedettine sono unite in Congregazioni, Federazioni, Unioni.
Nel 1980 i monaci benedettini confederati erano 9.610 e le monache 11.925.
Ascolta, o figlio.....
Obsculta, o fili.....
Alla Regola e' preposto un lungo Prologo di 50 vv. (quello della RM e' di 180 vv.), in cui S.B. prepara l'animo del monaco ad accogliere con cuore largo e docile gli insegnamenti in essa contenuti.
Il Prologo della RB - uno dei documenti piu' belli del monachesimo antico - e' una catechesi, una istruzione religiosa in cui si descrive la vocazione del monaco e le grandi prospettive del suo itinerario spirituale.
Ha una forma letteraria e un sapore marcatamente sapienziale, con i termini di padre e figlio, l'invito a seguire attentamente le esortazioni del maestro, l'uso dell'imperativo, il tema delle due strade, quello della morte e della vita.
L'uso dei verbi all'imperativo (ascolta, apri, accogli, chiedi al Signore.....) e' caratteristico del genere sapienziale; non e' un imperativo severo o proprio del giudice: S.B. appare un "ottimista" nei confronti di Dio, come i saggi dell'A.T., vede sopratutto la dolcezza della chiamata di Dio e la bellezza dell'ideale che mostra al discepolo (mentre nella RM prevale il "pessimismo" nei confronti di Dio, visto come giudice terrificante).
Tre persone compaiono nel Prologo: Cristo, l'autore, il candidato. Quest'ultimo ha solo il ruolo dell'ascolto; l'autore si eclissa presto per riapparire solo nel finale; e' CRISTO che appare come il vero protagonista, la sua persona domina tutto il discorso. Cristo e' l'autentico maestro che va scoprendo al discepolo il "cammino che conduce alla vita" in un dialogo bellissimo, del quale egli conserva l'iniziativa.
In tal modo la vocazione monastica appare come l'incontro con una persona, Gesu' Cristo, sempre vivo, sempre presente, e l'esistenza del monaco consiste in un dialogo con Lui: difatti Egli chiama il monaco, lo interroga personalmente, risponde alla sua preghiera.
Struttura
Il prologo ha una struttura abbastanza nitida: puo' essere diviso in una serie di pericopi o parti:
vv. 1-13: tema fondamentale: necessita' di ascoltare la parola di Dio e di obbedirgli:
1-3 enunciazione del tema
4-7 necessita' della preghiera e dell'obbedienza
8-13 invito a svegliarsi dal sonno e ad ascoltare;
vv. 14-34: che cosa ci dice il Signore, commento ai salmi 33 e 14:
14-21 Il Signore chiama il suo operaio;
salmo 33 ed esortazione a seguirlo
22-34 salmo 14: 22-27 il salmo
28-32 sviluppo scritturistico
33-34 ratifica mediante brano evangelico;
vv. 35-44: il Signore aspetta la nostra risposta:
Necessita' di rispondere con le buone opere.
vv. 44-50: la scuola del servizio divino. Risposta dei monaci all'invito
di Dio per partecipare alla passione e alla gloria di Cristo.
1. - I.PARTE: vv.1-13
1-3: Ascolta...
E' la prima parola della Regola ed e' uno dei temi principali della catechesi e della spiritualita' monastica: l'ascolto di Dio attraverso la sua Parola, mediata dal padre spirituale. L'affettuoso invito ne richiama di simili nella Scrittura, sopratutto nei Proverbi: "Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti di tuo padre" (Prov.1-8); "Figlio mio, ascolta le mie parole e inclina l'orecchio a quel che dico" (Prov.4,20); "Ascolta, figlia, guarda, porgi l'orecchio" (Sal.44.11). I monaci antichi sentivano una certa predilezione per queste forme dirette che creano immediatamente un clima di intimita' tra maestro e discepolo, propizio al colloquio cuore a cuore.
Egli dice di essere maestro senza alcuna ostentazione: l'eta', l'esperienza, la dottrina, tanti insegnamenti per la via della vita, permettono a S.B. di presentarsi come maestro, ma non e' un maestro dispotico e severo, bensi' un padre affettuoso che sa comprendere le difficolta' e che ama; per cui c'e' l'invito "accogli volentieri" come il terreno buono della parabola evangelica, seguito da un ordine piu' preciso "e mettile efficacemente in pratica". Per quale scopo?
2: Per tornare a Dio.
Come per l'obbedienza di Cristo tutta l'umanita' ritorno' a Dio da cui l'aveva staccata la disobbedienza di Adamo (Rom.5,18-19), cosi' tutta la perfezione cristiana, e quindi anche quella monastica che e' un voler vivere piu' radicalmente il proprio battesimo, viene concepita come un ritorno a Dio, da cui ci aveva allontanato il peccato; vedi la parabola del "figliol prodigo" (lc 15,11-32).
Il tema del ritorno a Dio e' eminentemente biblico e comune nella tradizione monastica. La stessa frase di S.B, c'e', quasi uguale, in S.Cipriano e in S.Agostino.
3: Obbedienza - milizia.
Gia' e' apparsa la parola-chiave dell'ascetismo cenobitico: l'obbedienza. La Regola non nasconde la sua difficolta', ha parlato di fatica dell'obbedienza, ma ora lascia il termine "fatica" (che era molto caro ai monaci antichi per definire il loro genere di vita) e richiama ad uno dei temi spirituali piu' virili ed entusiasti che il monachesimo aveva ereditato dalla chiesa degli apostoli e dei martiri: la milizia cristiana.
Il monaco e' soldato di Cristo, allora la Regola gli offre le forti e gloriose armi dell'obbedienza: forti per l'efficacia che posseggono nel lavorio della perfezione; "lucide" o "gloriose" per la nobilta' che conferiscono all'anima davanti agli occhi di Dio: l'obbedienza assomma l'intera donazione di se' al Padre celeste in un perfetto atto di amore. S.B. ce la presenta fin dall'inizio con particolare accento di ammirazione e di gioia. Quindi, la vita monastica, vita di obbedienza, e' paragonata ad una nobile e volontaria milizia (cf.2Tim. 2,3-4: "lavora come un buon soldato di Cristo Gesu'. Nessuno che militi per Dio..."), milizia che ha nel cenobio non una caserma, ma una nobile palestra spirituale.
Chiunque tu sia.
Nel monastero c'e' posto per tutti, chiunque e' ammesso senza distinzione, purche' sia disposto a questa totale obbedienza e alla rinuncia alle proprie volonta'. Il termine al plurale e' molto significativo: non si tratta della volonta' in senso moderno, nel senso di energia, ne' nel senso di facolta' spirituale (dell'amore, della liberta' o del dono della propria persona). La Regola non vuole trasformare il monaco in un essere abulico, senza volonta' e senza personalita'. Si tratta qui delle volonta' nel senso di velleita', di impulsi peccaminosi, diremmo meglio in italiano "voglie" che impediscono di ricevere la grazia battesimale. Difatti l'espressione "rinunciare alle proprie volonta'" e' propria del linguaggio ecclesiastico e della liturgia del battesimo.
Cristo Signore, vero Re
Cosi' rinunciando e lottando, si milita nell'esercito di Cristo Signore, vero Re. Notiamo subito che S.B. non usa mai il nome umano "GESU'", ma sempre "CRISTO", contro l'eresia di Ario che negava la divinota' di Gesu' Cristo. Per S.B. Cristo e' "il Signore, il vero Re".
4-7: Innanzitutto...
Iniziando la sua opera di maestro e di legislatore, S.B. sente il dovere di ammonire il discepolo che nulla di buono si puo' cominciare ne' portare a termine nell'ordine soprannaturale senza l'aiuto della grazia, grazia che bisogna quindi chiedere al Signore con preghiera fervorosa ed insistente (questo e' il senso del superlativo latino "instantissima").
5: "divina filiazione" o "tristezza di Dio"
Senza la grazia divina e la nostra preghiera per procurarcela, l'opera della nostra santificazione iniziata in noi da Dio col battesimo quando ci ha resi suoi figli adottivi, rimarrebbe frustrata e affliggerebbe il cuore del Signore.
(Da questo versetto comincia la concordanza quasi letterale con RM).
6-7: Dobbiamo mettere a frutto i suoi doni
Allusione alla parabola dei talenti (Mt.25,14-30); nota il contrasto tra "padre corrucciato" e "padrone terribile".
8-13: Il resto della I.Parte del prologo contiene sviluppi delle idee precedenti con cinque citazioni esplicite della S.Scrittura, alcune di grande delicatezza, altre risuonanti di vigore e di energia. Cosi' l'invito a svegliarci dal sonno, uno dei moniti paolini che possiedono l'efficacia di un perenne sprone alle anime; la Chiesa ce lo fa leggere all'inizio della liturgia dell'Avvento, inizio dell'anno liturgico.
8: la Scrittura ci sveglia
E' la voce del Signore che ci chiama, e' la luce divina a cui dobbiamo aprire gli occhi dell'anima e ascoltare con orecchie attentissime. Nota il parallelo tra occhi e orecchi: qui S.B. ha in mente la scena degli apostoli che contemplano la gloria di Cristo trasfigurato e odono, come portati fuor di se', la voce del Padre.
9-11: adtonitis auribus - lumen vitae - currite
La parola latina adtonitis tradotta con "attente" dice di piu'; si puo' tradurre anche "stupefatto": vuole esprimere, oltre all'attenzione, anche la gioiosa trepidazione di chi attende la rivelazione del pensiero di Dio. La voce divina si individualizza: Cristo, la Parola di Dio incarnata che invita gli uomini ad aprire il cuore, ascoltare lo Spirito e correre mentre splende "la luce della vita".
La citazione di Giov.12,35 stimola alla corsa in considerazione della brevita' della vita. Il concetto della corsa e' caro a S.B. che vi insiste nel prologo; pur tenendo conto dei vari carismi e diversita' delle anime, egli desidera da tutti l'alacrita' nel fervore e nell'amore in chi si mette al servizio di Cristo.
2. - II.PARTE: vv.14-34
14-21: Quaerens Dominus operarium...
"Cercando il Signore il suo operaio tra la folla...". S.B. ha qui presente la parabola del padrone che va a chiamare gli operai per la sua vigna (Mt.20,1). Cercando: la vocazione alla vita monastica e' una ricerca che Dio fa dell'anima, cosi' come tutta l'ascesi monastica e' una ricerca che l'anima fa di Dio ("se veramente cerca Dio" di RB 58,7), e', cioe', la risposta affermativa data alla grazia; ma in tanto il monaco puo' cercare Dio, in quanto Dio prima ha cercato lui.
S.B. dice "operaio" perche' ama concepire il monastero come un'"officina" e il monaco come un "artigiano" intento all'esercizio dell'arte spirituale, e nel cap.4 gli presenta una lunga lista di "strumenti per le buone opere". Si noti la dolcezza di quel "suo operaio" e di quel "tra la folla": il monaco e' eletto tra molti, e' un privilegiato e ha la certezza e la gioia di appartenere pienamente a Dio, di essere particolare oggetto dell'amore di Lui.
15ss.: Salmo 33. Dialogo personale
"Se tu rispondi: 'io', il Signore ti dice...". Di nuovo appare la dottrina delle due vie e l'assioma fondamentale della conversione: "Sta lontano dal male e fa il bene". Tutto il passo e' un commento al salmo 33, citato letteralmente prima (v.17) e poi parafrasato (v.18) per mettere le parole sulla bocca stessa di Dio e rendere il tono piu' caldo e amorevole. Quindi abbiamo la citazione di Isaia: Eccomi. Tutto il brano della ricerca dell'operaio da parte di Dio e' un richiamo evidente al commento di S.Agostino allo stesso salmo 33.
Composta da testi biblici sapientemente legati, questa scena della chiamata divina pone in rilievo la gratuita' della vocazione: l'iniziativa appartiene interamente a Dio, a Cristo. La Scrittura ci esorta a svegliarci dal sonno, la luce splende, la voce chiama, il Signore cerca il suo operaio; all'uomo che apre gli occhi per vedere e gli orecchi del cuore per ascoltare e compie la volonta' di Dio e risponde generosamente, il Signore da la ricompensa avendo i suoi occhi sempre su di lui, ascoltando le sue preghiere, anzi prevenendo le sue invocazioni con una sollecitudine meravigliosa.
19: Che cosa c'e' di piu' dolce...
Emozionato da quanto ha scritto e contemplato, S.B. non e' capace di contenersi ed esclama: "C'e' forse per noi, fratelli carissimi, qualcosa di piu' soave di questa voce del Signore che ci invita?" (v.19).
21: Per ducatum evangelii - sotto la guida del Vangelo
Pero' torna subito ad essere l'uomo pratico che va alla conclusione: se il Signore stesso nella sua bonta' ci indica il cammino della vita, cingiamoci i fianchi con la fede e le buone opere e camminiamo sotto la guida del Vangelo. Questa espressione e' diventata proverbiale: la perfezione a cui tende la vita monastica non e', nella sua essenza, diversa da quella proposta al semplice cristiano in forza del battesimo, ma ne costituisce il primo sviluppo e coronamento.
prospettiva escatologica
"... per meritare di vedere colui che ci ha chiamati nel suo regno" (1Tess 2,12): la prospettiva escatologica domina la finale di questo brano sulla vocazione personale: siamo chiamati al regno definitivo, situato oltre i confini di questo mondo visibile.
22-34: Salmo 14
L'ultimo concetto del regno a cui Dio ci ha chiamati da lo spunto per il nuovo brano sulla tenda del regno di Dio. Nomade tra nomadi, Jahwe' aveva abitato in una tenda come i figli di Israele; cosi' si parla della tenda di Jahwe' come dimora del regno. "Abitare nella tenda del Signore" equivale a penetrare definitivamente nel regno escatologico. S.B. cita allora il salmo 14, considerato dalla tradizione patristica come espressione della vocazione monastica che contiene i concetti di: ricerca di Dio, cammino che conduce alla sua dimora, qualita' richieste a chi vuole abitare nella sua tenda, ecc...
22-27: Condizioni per abitare nel regno
Davide chiede al Signore chi sia degno di abitare nel santuario del monte Sion, dove abita lo stesso Dio; e nei versetti seguenti S.B. immagina che Dio stesso risponda, enumerando le doti dell'anima giusta.
28-32: sviluppo scritturistico del samo 14
S.B. continua l'elenco delle qualita' del giusto parlando della lotta contro il maligno (v.29) e contro le tentazioni di superbia, qualora si veda il bene nella propria vita, perche' si riconosce che tutto e' opera della grazia (nuova insistenza sulla necessita' della grazia, vv.30-32). L'idea del giusto che spezza le azioni del tentatore porta S.B. ad introdurre l'altra idea del giusto che stronca contro la pietra che e' Cristo (1Cor 10.4) i cattivi pensieri appena nati. E` l'interpretazione simbolica del salmo 136,9: "beato chi afferrera` i tuoi piccoli e li sbattera` contro la pietra" che troviamo in S.Agostino, S.Girolamo, S.Ambrogio ecc.
33-34: ratifica con brano evangelico
Le citazioni del salterio e dell'apostolo vengono concluse con quella del Vangelo: la parola di Cristo mette il suggello a quanto detto prima. E' la conclusione del discorso della montagna (Mt 7,24-25) che viene applicata alla vita monastica: il monaco, ascoltando la parola di Cristo e mettendola in pratica, si va costruendo giorno per giorno l'edificio della santita'; le pioggie, i fiumi, i venti sono tentazioni, ostacoli, dubbi, avvilimenti che sopravvengono a minacciare l'opera della santificazione monastica, ma non le nuoceranno perche' e` fondata sulla roccia, che e` in definitiva lo stesso Cristo Gesu` (1Cor 10,4).
3. - III.PARTE: vv.35-44
35: Il Signore aspetta la nostra risposta
Al termine delle sue parole, il Signore aspetta che rispondiamo alle sue esortazioni. La tregua di questa vita ci vien data per correggerci dalle nostre infedelta' (v.36); la pazienza di Dio ci chiama a conversione (vv.37-38); la vocazione a dimorare nella tenda di Dio richiede che pratichiamo le condizioni di chi voglia abitarvi (v.39); percio` dobbiamo disporre corpo e anima a militare sotto i precetti della santa obbedienza (v.40). Si ritorna al concetto iniziale del prologo: il monaco e` colui che dedica spirito e corpo totalmente al servizio di Dio, militando con le armi dell'obbedienza.
41: necessita' della grazia
S.B. ricorda la necessita' della grazia - si noti l'insistenza con cui insiste su questa idea, contro l'eresia dei pelagiani - e ricorda le due vie (inferno - vita eterna, v.42) a cui dobbiamo pensare mentre siamo in questo corpo, mediante questa vita nella luce (v.43). C'e' l'allusione al testo gia' citato di Gv. 12,35: "questa vita di luce", che e' dire lo stesso che "questa vita in cui abbiamo ancora la luce", prima cioe` che "ci colgano le tenebre della morte". Ma si pensi come, in senso piu` profondo e spirituale, la vita del monastero e` una vita di luce.
44: correre e operare
S.B. termina col vigoroso incitamento del currendum et agendum, che ci sprona all'alacrita` dell'azione. L'abbattimento, la sfiducia e l'inerzia che possono sorprendere la nostra debolezza svaniscono quando si ricordano queste parole, energiche e insieme paterne, del santo Patriarca.
4. - IV.PARTE: vv.45-50
45: schola dominici servitii
"Dobbiamo dunque istituire una "scuola del servizio del Signore". Abbiamo qui in concetto di monastero come scuola. La frase, identica nella RM, richiama la parola di Gesu` in Mt 11,29: "Imparate da me...", che la RM riporta e commenta in antecedenza. Nel monastero si e' discepoli dell'unico e vero Maestro che e` Cristo, come nella grande scuola che e` la Chiesa (parallelo tra monastero e Chiesa).
Ma il termine scuola ha un significato piu` ampio. La parola nel senso originario designava un luogo o una condizione di nobile agio e riposo, dove si praticava l'otium dei romani. Poi e' passata a significare una sala di riunione per diversi gruppi: soldati, studenti, operai, ecc., o ancora l'associazione stessa e le sue attivita`. Piu' in particolare, il termine stesso designa un corpo di militari o di funzionari al servizio dello stato o del re. Questo significato e` compreso nella frase "una scuola per il servizio del Signore"; in quanto alla milizia, abbiamo gia' visto la frase all'inizio del prologo (v.3). Quindi il termine "schola" comprende tutti e tre i significati delle tre cose, e cioe`: luogo
- dove si apprende e si imita;
- dove si serve il padrone;
- dove si milita sotto il sovrano
e qui si tratta di obbedire e di agire, quindi luogo di metodica e disciplinata esercitazione con incluso il concetto di liberta' da altre occupazioni.
Inoltre, il servizio del funzionario e soprattutto del soldato non avviene senza lotta, senza fatica, senza pericoli; militare implica non solamente l'azione ma anche la pena e la sofferenza, concetti che saranno espressi poco piu' avanti (v.50) come partecipazione alle sofferenze di Cristo per mezzo della pazienza. Questo tema della pazienza avra' poi uno sviluppo meraviglioso nei capitoli sull'obbedienza (RB 5) e sull'umilta` (RB 7).
Ricchezza del termine "schola"
Ci appare cosi` tutta la ricchezza del termine schola, che e` anche palestra e corpo militare e officina (RB 4) e ci richiama volta per volta:
- o la docilita` dell'allievo,
- o l'obbedienza del soldato,
- o l'attivita` e l'impegno dell'operario e del funzionario;
cosi` ci permette di avere sempre presente la persona di Cristo sotto tre aspetti complementari: il Maestro che insegna, il Sovrano che comanda, il Redentore sulla croce.
46-49: Incoraggiamento prima della conclusione
Questi versetti sono propri di S.B. e indicano la delicatezza e il tono paterno nel disporre l'animo all'accettazione del sacrificio e nel prevenirlo contro ogni tentazione di scoraggiamento. L'ordinamento del monastero - milizia, officina, scuola - comporta necessariamente prescrizioni e divieti; egli si affretta ad avvertire che spera di non dover fissare nulla di pesante o di aspro: e` il suo proverbiale senso umano e cristiano di comprensione e di condiscendenza verso le debolezze che troveremo sempre in tutta la Regola.
Ma e` chiaro che la vita di perfezione monastica richiede il lavorio interiore e quindi, "per correggere i vizi o per conservare la carita`", si potra` richiedere qualche prescrizione meno piacevole per la natura umana. Ma si veda con quanta cautela e delicatezza S.B. cerca di attenuare la durezza: "se per caso", ipotetico, "un pochino", diminutivo, "piu` duro", limitativo; tu - prosegue S.B. passando dal plurale al singolare, modo piu` diretto, cuore a cuore come all'inizio del prologo - tu non ti devi spaventare, non devi abbandonare "subito", al primo affacciarsi della sofferenza, la via della salvezza che all'inizio e` dura (v.48).
Abbiamo un nuovo motivo di confronto: le difficolta' si provano e si soffrono al principio; la rottura col mondo e con l'"uomo vecchio" e` necessariamente dolorosa. Ma coraggio, non sara` sempre cosi`. "Si puo` entrare solo per una porta stretta": e` chiara l'allusione al testo evangelico di Mt 7,14 ("com'e` angusta la porta e stretta la via"). S.B. insiste solo sulla strettezza della porta, eppure Gesu` non dice che, dopo, la strada si allarga! Ma non importa: cio` che si allarga, man mano che si va avanti, e' il cuore, come dice subito dopo nel bellissimo v.49, che richiama un'idea molto comune presso gli scrittori spirituali: l'amore, man mano che cresce, facilita il cammino verso Dio, e allora non solo si cammina, ma si corre per la via dei divini comandamenti, perche' il cuore si dilata. S.B. si richiama al salmo 118,32: "Corro per la via dei tuoi comandamenti perche' hai dilatato il mio cuore'. Quanta larghezza di respiro in questa breve espressione!
Tuttavia nel salmo il cuore allargato indica aumento di forza e di coraggio; nella nostra Regola invece e` attribuito all'amore; S.B. aggiunge: in una ineffabile dolcezza di amore, ponendo nella frase un accento mistico e soave di chi ha fatto esperienza personale di Dio e ne ha gustato la dolcezza. Quindi S.B. attribuisce la dilatazione del cuore all'intensita` dell'amore, quell'amore che secondo S.Paolo "e` stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci e` stato dato" (Rom 5,5). Il testo della Regola piu` simile a questo e` la bella finale del capitolo sull'umilta` (RB 7,67-70), in cui si attribuisce allo Spirito Santo la radicale trasformazione che esperimenta il monaco giunto alla sommita` della scala di Giacobbe, cioe` alla carita` perfetta.
49: Progredendo poi nella vita monastica... [conversatio]
Nel testo c'e` il termine conversatio che puo` derivare o dal verbo intransitivo "conversari" e significa "modo, tenore di vita, condotta"; oppure dal verbo transitivo "conversare" (da "convertire") nel senso di "rivoltare, rigirare", e allora equivale a "conversio". Come termine specifico monastico puo` quindi significare, oltre il semplice "modo di vivere", anche l'entrata o la dimora in monastero, l'appartenenza allo stato monastico, oppure, in senso piu` limitato, la "vita ascetica nello stato monastico"; infine, come equivalente a "conversio", significa la conversione, il mutamento di vita. Nella Regola incontriamo ora l'uno ora l'altro di questi significati. Qui S.B., come appare dal contesto, intende parlare dell'esercizio delle virtu` nello stato monastico.
... e nella fede
Si viene al monastero per un atto di fede e piu` si va avanti nella via di Dio, piu` la fede si radica nell'anima.
50: conclusione
La conclusione del prologo ha la forma di una doppia orazione finale con vari incisi. Appare per la prima volta la parola "monastero" non nel significato primitivo di "dimora di un solitario", ma nel senso che ha assunto abitualmente nel mondo latino di "dimora di una comunita' di monaci cenobiti"; e nel monastero - ci si dice - dobbiamo perseverare fino alla morte. La stabilita' e` considerata dal santo Patriarca come elemento essenziale della vita monastica che egli imposta; difatti la Regola e` scritta solo per i cenobiti, come dira` espressamente alla fine del capitolo primo. Quale debba essere la vita dei monaci nel monastero sara` il tema dei vari capitoli; qui solamente ci ricorda di non allontanarci mai dagli insegnamenti del Signore e di mantenerci saldi nella sua dottrina; e conclude affermando lo scopo della vita monastica, che e` poi lo stesso di tutta la vita cristiana: partecipare alle sofferenze di Cristo per partecipare anche al suo regno glorioso.
Mistero centrale: Cristo crocifisso e risorto
La perfezione monastica come ce la presenta il prologo, e' centrata sulla regalita` di Cristo: il monaco e` l'uomo che entra in monastero per militare nell'esercito di Cristo Signore, vero Re, impugnando le armi dell'obbedienza (v.3); prende questa decisione perche' Cristo stesso lo ha chiamato al suo servizio (v.21), e quindi egli desidera abitare nella sua tenda (v.22); se persevera nel servizio di Cristo partecipando alla sua passione per mezzo della pazienza (il tema della pazienza e' prettamente sapienziale e ritorna spesso nella RB), sara` ammesso nel suo regno glorioso (v.50).
5. - IL PROLOGO: sguardo d'insieme
L'esposizione appena terminata ha potuto mettere in luce il filo conduttore del discorso di Benedetto. Risaltano fortemente alcuni temi che evidenziamo brevemente:
a) Ascolto. E` presente ai vv.1 e 9-12; attraverso i termini "ascoltare", "udire", "orecchi" come atteggiamento del monaco nei confronti dell'appello di Dio che risuona nelle parole del maestro e della Scrittura. E' l'atteggiamento primo e fondante, ma anche richiesto in continuazione (cf.RB 4,55; 4,77; 5,6;.15; 6,6).
b) Obbedienza. L'ascolto pero`, in S.B., si traduce immediatamente in "obbedienza" (latino 'ob-audire'): Prol 2-3.6-7.40. E` richiesta la "fatica" dell'obbedienza (v.2); la vita monastica stessa e` un "servizio militare" che si attua con le armi dell'obbedienza (v.3) ed anzi al comando, per cosi` dire, dell'obbedienza stessa "ai precetti della santa obbedienza" (v,40). L'insistenza continua sull'obbedienza e` tipica di S.Benedetto.
c) Emendazione dei vizi. L'obbedienza, a sua volta, e` in vista dell'emendazione dei vizi (vv.33-47), per attuare le buone opere (vv.17. 21-22. 29. 35) prescritte dalla legge di Dio (vv.1. 39-40. 49). Questo e` un tema che verra` poi sviluppato nella sezione spirituale.
d) Dinamica di vita - necessita` della grazia. Queste linee principali dell'esistenza del monaco sono attuate in una continua dinamica di vita tipicamente biblica: scosso dalla voce di Dio, spinto dall'urgenza dell'ora (vv.8-10, con la citazione di Rom 13,11), il monaco corre (v.13, cf.vv.2.4.49) sulla via dei comandamenti (vv.1.49), desideroso di giungere ("pervenire", vv.22.4) al fine propostogli, che e` la vita eterna e l'eredita` del regno (vv.2. 7. 13. 21. 42. 50) e conosce gia` oggi la presenza e la vicinanza di Dio (la grazia). Sopratutto nella pericope finale, il motivo del progresso e del cammino e` molto sottolineato.
e) Carita`, 'dilectio' di e per Cristo. Notiamo ancora la caratteristica di SB nel porre l'accento sulla caritas o "dilectio", l'amore di Cristo, come termine dell'itinerario proposto. La nota di dolcezza e di indulgenza introdotta nei vv.46-49 alleggerisce e cambia notevolmente il senso dell'austero finale della RM, in cui l'accento e` posto sulla necessita` di soffrire e sopportare fino alla morte: questa esperienza e` resa possibile e alleggerita dall'ineffabile "dolcezza dell'amore".
STABILITA` e CORSA
(pensiero di S.Gregorio Nisseno)
Non si tratta soltanto di camminare faticosamente, ma e` possibile correre sulla via dei precetti divini. Come sottolinea Gregorio Nisseno, la stabilita' ("perseverando nel monastero fino alla morte"), e` strettamente connessa, per il crstiano, alla dinamicita` di vita:
""Il salire si attua restando fermi e c'e` una ragione: piu` uno rimane fermo e immobile nel bene, piu` corre verso la virtu`. Quando uno, come dice il salmo (39,3) ritrae i piedi dalla profondita` dell'abisso e li pone sulla roccia che e` Cristo (cf.1Cor 10,5), allora quanto piu` e` stabile nel bene, tanto piu` accelera la sua corsa. Come se, nella stabilita`, egli sia fornito di ali che sollevano al volo il suo cuore verso gli spazi celesti"".
(GREGORIO DI NISSA, Vita di Mose`, II,243-244. Nell'edizione francese di SC 1 (Parigi 1968), pp.273-275; nell'edizione italiana delle E.Paoline (Ancora 1966), pp.185-186).
Come commento spirituale al prologo, si puo` consultare:
D.BARSOTTI, Ascolta, o figlio... Commento spirituale al Prologo della Regola di S.Benedetto, Libreria Ed.Fiorentina, Einaudi 1965.
Che non tutte le norme per la perfezione sono contenute in questa Regola.
De hoc quod non omnis justitiae observatio in hac sit Regula constituta.
Premessa e contenuto
Trattiamo questo capitolo subito dopo il prologo, perche' esso costituisce l'epilogo della RB e corrisponde percio' al prologo, col quale presenta molte analogie.
Giunto alla fine della Regola, SB afferma che quanto ha stabilito costituisce soltanto un modesto inizio di vita monastica per principianti (v,1); che chi vorra' compiere ulteriori e piu` sicuri progressi nell'ascesi monastica non avra` che da rivolgersi agli insegnamenti spirituali contenuti nella S.Scrittura e nei Padri (vv.2-7); e termina con una esortazione ad osservare la Regola come base necessaria per arrivare, attraverso le opere indicate, alla conquista di mete spirituali piu` alte (vv.8-9).
Secondo l'opinione piu` comune, il c.73 seguiva immediatamente il c.66, ed era la conclusione della RB (difatti c'e` anche il richiamo nel testo, RB.66.8: "hanc autem Regulam..." e RB.73,1: "Ragulam autem hanc..."); in seguito, aggiunti i cc.67-72, esso sara' stato riportato di nuovo alla fine, nell'attuale collocazione come epilogo; perche' come conclusione perfetta e compendio di tutta la Regola, abbiamo gia` il c.72 che si conclude con una finale solenne molto comune nelle orazioni liturgiche: "ad vitam aeternam perducat - ci conduca tutti insieme alla vita eterna". Viene spontaneo aggiungere "Amen", come si trova, difatti, in alcuni manoscritti.
1: Abbiamo abbozzato...: natura e scopo della Regola
SB, completata la Regola, la presenta umilmente ai discepoli. Il tono di tutto il capitolo e` interpretato come espressione dell'umilta` e modestia di SB. La RM si presenta come ispirata da Dio e afferma "che fu dettata da Dio", e in genere l'autore si esprime con autosufficienza. In SB notiamo, al contrario, un eccesso di modestia, vedi sopratutto il v.8: "hanc minimam inchoationis Regulam - questa minima Regola per principianti". E` vero che tale modo di esprimersi e` un espediente retorico abbastanza comune nei secoli VI-VII, sia dal punto di vista letterario che pedagogico, ma cio` non toglie che SB sia sincero nell'esprimersi cosi`; d'altronde nessuno dei Padri che usano lo stesso modo di dire (Cassiano, Vitae Patrum, S.Agostino...) appare cosi` severo con se stesso.
Accenno alla vita eremitica (?)
In particolare e` stato osservato che il capitolo va inteso come un accenno alla vita eremitica a cui SB, se pur ha rinunciato nella sua vita e nella sua Regola (che e` fatta per i cenobiti), guarda sempre come all'ideale piu` elevato in fatto di vita monastica; o ancora va interpretato nel suo senso letterale e piu` ovvio come una esortazione ad una vita sempre piu` perfetta: "Diamo una qualche prova di buoni costumi e un inizio di vita monastica". Questi sono i modesti risultati dell'osservanza della sua Regola, secondo SB.
Honestas morum - onesta` di costumi
Secondo gli antichi romani, honestas morum - onesta` di costumi conteneva il concetto di bonmta`, di giustizia; qui, nel contesto monastico, come per Cassiano e gli altri Padri del monachesimo, il temine comprende quanto contenuto nella Regola: la vita religiosa, la preghiera continua, l'umilta`, l'obbedienza, ecc. Ma nonostante questa ricchezza di contenuto, rappresenta sempre "un inizio di vita monastica - initium conversationis" per coloro che vogliono arrivare alla cima della vita spirituale. (Del resto, la perfezione e' un dono che Dio concede e opera in ciascuno in modo personale e irripetibile).
2-7: perfectio conversationis, celsitudo perfectionis
Nel v.2 SB, come nel prologo, sprona anche qui all'alacrita` della corsa; nella vita dello Spirito egli non vuole solo il progresso, ma anche la lena generosa. La sua Regola vuole adattarsi alle debolezze e rendersi accessibile anche ai meno forti; ma insieme apre la via alle piu` eccelse vette della santita`. Nel v.1 ha detto: "initium conversationis - inizio di vita monastica"; qui dice: "ad perfectionem conversationis - la perfezione della vita monastica" e, per salire alla perfezione della vita religiosa, altre guide - egli dice - sono necessarie.
Altre fonti: i santi Padri....
Le altre guide sono: "gli insegnamenti dei santi Padri". SB si riferisce ai Padri della Chioesa che si sono distinti per solidita` di dottrina e santita` di vita.
3: ...la S.Scrittura...
Pero`, dopo questo primo accenno ai Padri, SB sente la necessita` di dire una nuova parola sulla S.Scrittura. Appare qui la sua venerazione e il suo amore per i libri sacri: sono la parola di Dio e il monaco, come ogni cristiano, non puo` certo trovare nutrimento piu` sano e piu` solido per la sua anima. SB rivela in tutto il corso della Regola come la Scrittura gli sia familiare, e i suoi figli lungo i secoli hanno fatto sempre di essa il pascolo preferito. E dobbiamo dire che tante deviazioni "nella devozione si sarebbero potute evitare se la parola della S.Scrittura fosse stata il continuo nutrimento dell'anima dei fedeli!" (A.Stolz). E ci sarebbe molto piu` di santita` e anche di pace e di giustizia sociale, se ci fosse nel mondo un po' piu` di Vangelo!
4-6: ...la Tradizione
Accanto alla Scrittura, ecco l'altra fonte: la Tradizione, di cui sono interpreti gli scritti dei Padri Cattolici ("cattolici": SB ha cura di sottolineare la santita` e la retta dottrina dei Padri che si meditano, in polemica contro gli ariani) e quelli specifici di dottrina monastica, di cui cita alcuni nomi. SB chiama S.Basilio "nostro santo padre" per la speciale dimostrazione di stima verso la Regola di lui, in quanto S.Basilio era giustamente considerato il piu` grande legislatore di monaci.
Quindi, tre categorie di fonti
Appare cosi` che le opere raccomandate appartengono a tre categorie: a) la S.Scrittura, b) gli scritti dei Padri, c) gli scritti di spiritualita` monastica. Le tre categorie sono state menzionate nel corso della Regola: nell'ufficio notturno debbono leggersi i libri dell'AT e del NT, cosi` come i commenti dei Padri cattolici ortodossi e di sicura fama (RB 9,8); prima di compieta, le Collationes di Cassiano, le Viate Patrum o qualche altra opera simile (RB 42,3). Nel monastero dunque, le tre serie di opere erano oggetto della lettura comune o in coro o in refettorio.
Si noti come in questo capitolo SB assegni a ciascuna categoria uno scopo determinato: la S.Scrittura e` "norma sicura di condotta per la nostra vita" (v.3); le opere dei Padri in generale conducono "al culmine della santita`" (v.2); quelle dei Padri della Chiesa ci insegnano "la via diritta per giungere al nostro Creatore" (v.4); gli autori monastici servono per formare "monaci fervorosi e obbedienti" (vv.5-6). Non e` superfluo quindi sottolineare l'eccezionale importanza che SB da alla lettura, tanto da unirla cosi` intimamente al progresso morale e spirituale del monaco; la lectio divina - Bibbia e Padri - offre al monaco le norme superiori e l'impulso per scalare la cima della perfezione.
7: Per noi invece...
Abbiamo il contrasto tra i precedenti monaci buoni e obbedienti, che ardono dalla brama di avanzare e attingono percio` a tutte le fonti indicate, e noi che ci trasciniamo nella pigrizia. E' un tema caro a S.Benedetto (cf.Rb 18,24;40,6;49,1) che ammira l'esempio dello straordinario fervore di preghiera e di mortificazione degli antichi monaci e, mentre con realismo ammette che non tutti di fatto sono imitabili al suo tempo e nel suo ambiente, calca la mano, qui specialmente, sulla distanza spirituale che separa lui e i suoi da quelli, per spronare all'alacrita' e all'ardore della virtu`.
8-9: esortazione finale
SB, lo sappiamo bene, non e` un idealista, ma un uomo pratico secondo Gesu` Cristo: indica le vette e mostra i mezzi per arrivarci. Pero` insiste che la cosa immediata da fare ora e` mettere in pratica "questa Regola cosi` modesta per principianti, appena delineata" (v.8). Anzitutto, cioe`, e` necessario "almeno dar prova di buoni costumi e di un inizio di vita monastica" (v.1); poi si potra` e si dovra` correre, senza fermarsi mai, con l'aiuto delle dottrine menzionate sopra. Tra il principio della vita monastica e la sua perfezione si estende uno spazione senza limite.
Prospettiva escatologica
L'epilogo termina presentando al monaco una prospettiva escatologica. In questultima scena SB riappare come il maestro di sapienza, il "padre affettuoso" dell'inizio del prologo, che si rivolge personalmente a ciascuno dei suoi discepoli con il "tu" familiare e intimo. Nota il parallelo tra il "chiunque tu sia che ringraziando..." del v.3 del prologo e il "chiunque tu sia che ti affretti..." di questo v.8 del cap.73 (si noti anche il richiamo di parole nel testo latino tra prol4 e 73,8). SB ignora l'identita` del lettore: e` sempre qualcuno, qualunque persona che si affretta verso la patria celeste. Il monaco o l'aspirante alla vita monastica e` un pellegrino che ritorna anelante alla sua vera patria situata al di la` di questo mondo visibile.
Ritorno a Dio
Questa immagine del ritorno anelante che caratterizza il dinamismo della RB richiama spontaneamente il concetto del ritorno a Dio che spicca con tanto rilievo nella prima frase del prologo (v.2). Tuttavia le ultime parole si riferiscono con precisione non "alla patria celeste" ma alla anticipazione delle realta` escatologiche che si realizza, o almeno che si cerca di realizzare, nei monasteri. Le "eccelse vette di dottrine e di virtu` (v.9) in effetti si raggiungono in questo mondo presente. Per queste sante cime passa il cammino che conduce il monaco alla sua dimora eterna: la patria celeste. Fino a queste cime intanto si dirige come obiettivo immediato colui che si mette al servizio di Cristo Re sotto la Regola di S.Benedetto.
Adiuvante Christo - Deo protegente
Allora, metti in pratica "con l'aiuto di Cristo questa piccola Regola fatta per principianti - dice il santo Patriarca - e arriverai "con la protezione di Dio", alla perfezione della vita monastica. In questa ultima apparizione cosi` emozionata ed emozionante, l'affermazione di SB risulta singolarmente ferma e solenne. Due verbi risaltano nel testo: uno all'imperativo perfice (metti in pratica), alla fine del v.8, e un altro al futuro pervenies (giungerai), alla fine del v.9; metti in pratica la Regola e giungerai alle vette. "Pervenies - giungerai" e` alla fine del capitolo, quasi come un traguardo e aggiunge, a ratificare e a dare la certezza: Amen. Cosi` finisce la Regola di S.Benedetto.
Delle varie specie di monaci
De generibus monachorum
Preliminare: il fenomeno monastico
La vita monastica non e` un fatto particolare del cristianesimo, ma e` un fenomeno universale con caratteristiche simili in tutte le religioni e in tutti i tempi e luoghi. Nasce da alcune aspirazioni religiose e morali profondamente radicate nell'animo umano, aspirazioni a volte vaghe e deboli, ma che in alcuni individui riescono a superare gli istinti piu` forti della natura e a riempire tutta l'esistenza. Queste aspirazioni si possono ridurre a due:
a) ascetismo, che e` la tendenza dell'uomo alla purificazione continua dei suoi peccati e al dominio delle passioni;
b) misticismo, che e` il desiderio di realizzare in qualche maniera, gia` da questo mondo, lunione con la divinati`.
1. Fuori del cristianesimo
Il monachesimo, in definitiva, non e` che la realizzazione pratica di queste aspirazioni o aneliti in uno stile di vita che permette di raggiungerli. In questo senso l'origine del fenomeno monastico si perde nella notte dei tempi. Le manifestazioni conosciute presentano una grande varieta`. L'India, paese profondamente sensibile ai problemi della religione, della santita`, della purificazione interiore, costituisce un esempio insigne: si conosce il monachesimo da tempo immemorabile, vere moltitudini di monaci di religione brahmanista o jainista o buddhista attraversano tutta la storia: il monachesimo hindu e buddhista e` fiorente in molti paesi dell'oriente.
2. Nell'Antico Testamento
Nell'AT si trovano dei precursori al monachesimo cristiano: le scoperte archeologiche a Qumran, vicino al Mar Morto, hanno suscitato nuovo interesse per la storia del monachesimo, rivelandoci qualcosa dei monaci esseni.
3. Presso i filosofi classici
Non mancano elementi "monastici" neppure nella vita e nella dottrina dei filosofi classici, in particolare i pitagorici.
4. Nel cristianesimo
L'apparizione del fenomeno monastico in seno al cristianesimo non e` cosi` facilmente databile. Sappiamo che la chiesa apostolica e quella dei martiri hanno avuto le loro vergini consacrate e i loro asceti, che si debbono considerare come autentici predecessori dei monaci: praticavano il celibato, conducevano vita povera e austera, si andavano raggruppando a poco a poco. Nella seconda meta` del secolo III alcuni, particolarmente in Egitto, si ritirarono nel deserto. S.Antonio Abate (Antonio il Grande), anche se non fu il primo a ritirarsi, e` considerato il padre dei monaci (250-356). Cosi` si formo` praticamente il monachesimo cristiano, man mano, senza che sia possibile assegnargli un fondatore, una data precisa, una culla determinata. Nacque un po' in tutte le parti come prodotto della santita` e della fecondita` delle diverse chiese locali.
5. Nel IV secolo
Nel IV secolo, terminata l'era delle persecuzioni, all'inizio della liberta` della chiesa, il movimento monastico assume uno sviluppo enorme, e cio` senza dubbio fu causato dall'ondata di profano e di mediocre che era penetrata nella chiesa. Infatti uno dei luoghi comuni del monachesimo primitivo era il richiamo continuo e l'entusiasmo ammirato verso la prima comunita` di Gerusalemme; e in realta` i monaci si considerarono come gli eredi e i continuatori di quella comunita` ideale. Cassiano lancio` la teoria che i cenobiti erano i discendenti in linea retta, per una successione ininterrotta, di quei primi credenti, i quali "stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprieta` e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno" (Atti 2,44-45) e "avevano un cuore solo e un'anima sola" (Atti 4,32).
In pieno secolo IV e V i nuovi asceti formavano un vero "maremagnum" variopinto e a volte un po' caotico; c'erano tutti i tipi r con le forme di vita le piu` varie; accanto a persone famose per virtu` e santita` non mancavano persone superbe che caddero nello scisma o nell'eresia, ne' i mediocri o i fanatici. A tutta questa schiera, dopo altri e diversi titoli, si comincio' a dare indistintamente il nome di monaci.
Il termine "monaco" presso i classici e i Padri Greci...
Il termine "monaco", di origine greca (monakos), deriva dall'aggettivo "monos", che vuol dire "solo", "unico"; presso gli scrittori classici significa "in un unico modo", "di un solo po